Una rete per supportare le famiglie rainbow

Cosa accade quando una persona, dopo aver negato per anni la propria identità, ne prende coscienza accettando la propria omosessualità? E se questa persona è sposata e ha uno o più figli, come affronta questo ‘terremoto’ che sconvolge la sua vita e quella dei suoi cari? Scrivere di questo tema così delicato non è semplice, per questo abbiamo coinvolto Cecilia d’Avos e Fabrizio Paoletti che nel 2011 hanno dato vita a Rete Genitori Rainbow, un’associazione nata per supportare e fornire servizi a genitori che muovevano i primi passi nel mondo Lgbt provenendo da un vissuto etero.

zanettiIn questa intervista a due voci: Cecilia e Fabrizio con Marinella Zetti(*) per “L’Indro”, oltre a spiegare come opera RGR, si mettono a nudo raccontando il loro difficile e doloroso percorso e spiegando come e perché è indispensabile affrontare la propria identità, prenderne consapevolezza per poter vivere in modo più autentico la propria vita ed essere ancora più vicini ai propri figli.

 

 

RGR Fabrizio e Cecilia

Perché avete deciso di dar vita a Rete Genitori Rainbow?

CECILIA – Sentivo forte il bisogno di realizzare per altre persone i servizi che erano mancati a me quando avevo attraversato il ‘terremoto’, così chiamo il momento in cui ho preso contatto con una autenticità imprevista, con la mia profonda, e fino a quel momento negata, identità.

Nel luglio del 2010, subito dopo le Cinque Giornate Lesbiche, evento che si è svolto a Roma nel giugno 2010, e avevo collaborato ad organizzare, avevo buttato giù un progetto (inizialmente lo pensavo rivolto solo alle mamme come me), poi nel settembre del 2010 mi ha chiamata Fabrizio proponendomi di fare un progetto da realizzare all’interno di Famiglie Arcobaleno, di cui all’epoca entrambi eravamo soci. Tutto iniziò così. Esistevano già altri servizi per le persone Lgbt, ma nessuno con le caratteristiche idonee per chi proveniva da una genitorialità etero: quando sei nel mezzo di una separazione, spesso conflittuale, e ancora non hai il coraggio di dire al mondo che hai capito di essere lesbica, la prima cosa che cerchi è il confronto con altri e altre che ci sono passati, ma soprattutto in totale riservatezza. Per questo Rete Genitori Rainbow nasce con questo imprinting: il massimo rispetto per i vissuti come per il bisogno di anonimato, fondamentali per coloro che muovono i primi passi nel mondo Lgbt provenendo da un trascorso etero.

FABRIZIO – Nella nostra esperienza eravamo entrati in contatto con molti genitori omosessuali; per me è stata l’associazione Famiglie Arcobaleno a costituire il primo avvicinamento al mondo dell’attivismo Lgbt, un’associazione di genitori, non di semplici gay o lesbiche, una dimensione possibile, all’epoca l’unica possibile per il mio percorso, e in cui mi sono fortemente riconosciuto. Ma in quel contesto le persone con una esperienza come la nostra, che provenivano da famiglie di tipo tradizionale in relazioni eterosessuali, erano una forte minoranza: le persone ‘là fuori’ non si avvicinavano che sporadicamente a quella realtà, ci abbiamo quindi pensato a lungo e abbiamo progettato dei servizi studiati per noi, nelle prime fasi della nostra scoperta, nel nostro bisogno di trovare conforto in altre persone che avevano una esperienza simile alla nostra. Le famiglie omo-genitoriali di prima costituzione avevano altri obiettivi primari fondamentali come quelli del riconoscimento dei loro diritti, noi genitori rainbow invece volevamo aiutare gli altri genitori, che sapevamo che c’erano e che avevano difficoltà a trovare la strada per la loro ‘liberazione’, accettazione dopo la scoperta di sé, coming out ai figli, separazione. Queste sono le fasi belle toste in cui ci si trova immersi nel momento che si accetta o ci si scopre omosessuali. Da questa consapevolezza è nata la necessità di impegnarsi in questo progetto per attivare una rete di sostegno di genitori, ma anche compagni/e ed ex partner, che si supportano vicendevolmente con la condivisione delle loro esperienze.

Perché due co-presidenti?

CECILIA – Dal primo momento abbiamo scelto questa formula, non è solo una questione di quote rosa, ma di una gestione basata sulla parità e sulla collaborazione. Dall’anno scorso abbiamo definito l’istituto della Co-Presidenza anche nei documenti ufficiali di Rete Genitori Rainbow, di modo che resti una nostra caratteristica anche quando si avvicenderà una nuova dirigenza dell’associazione. Inoltre abbiamo stabilito dei periodi massimi di permanenza nella Co-Presidenza e nel Consiglio esecutivo. Non vogliamo infatti che – come accade in altre associazioni – vi sia un personalismo, con le cariche sempre in capo alle stesse persone.

FABRIZIO – Viviamo in un mondo di impegno e attivismo, non solo Lgbt, dove spesso i personalismi la fanno da ‘padrone’, l’idea della co-presidenza plurale era una proposta che avevo visto promuovere in altri progetti e che mi aveva particolarmente convinto: la nostra visione plurale con un confronto costante è la nostra forza, ci allena alla necessità di confrontarci con le realtà altre da noi, come avviene quotidianamente nella nostra vita in ogni dimensione. Il pluralismo delle posizioni e lo sviluppo di sani metodi di elaborazione non conflittuali nel processo decisionale è una impostazione che si pone alla base per un mondo che vogliamo migliore.

Chi è Cecilia d’Avos e quando ha scoperto, o meglio, ha deciso di accettare la sua omosessualità? Chi è Fabrizio Paoletti e quando ha scoperto, o meglio, ha deciso di accettare la sua omosessualità?

CECILIA – Chi sono? bella domanda! 🙂 Una donna di 54 anni, con due figli grandi, che non vivono più con me, anzi mia figlia ha scelto di vivere all’estero, e una compagna da molti anni. Cosa dire di me… fare il pane in casa, amo il mare e da quando mi sono trasferita sul litorale romano la mia vita è cambiata in meglio! Quanto all’accettazione della mia omosessualità, è stata veloce: come resistere alla sensazione travolgente di essere finalmente me stessa al 100% con accanto una donna? Meno veloce è stata invece la scelta di vivere la mia identità in modo visibile e aperto. È stato difficile, ma oggi sono ‘out’ a 360 gradi, e questo mi dà un benessere e una bellissima sensazione di integrità.

FABRIZIO – Ripensandomi nel momento appena dopo la separazione,  quando fui lasciato dalla mia ex moglie, posso dire che ero un sognatore che aveva inseguito un progetto di vita che si era sfaldato tutto d’un pezzo. Da ingegnere, come avviene nella mia professione, avevo provato a costruire un castello che si era però dimostrato immaginario, come quello del mitico mago Atlante. L’incantesimo sparito, tutto dissolto, ma di quel sogno mi restava una grande pietra preziosa, una piccola bambina di 3 anni che amavo, e una immagine di un ragazzo che inseguiva un sogno impossibile, quello di un rapporto di complicità e condivisione con un altro ragazzo come lui. Ho ridato vita a quell’immagine, mantenendo e nutrendo il mio amore per mia figlia e cominciando anche a rispettare e ad amare me stesso, trovando il coraggio di guardarmi allo specchio negli occhi come fino ad allora non riuscivo a fare per provare a volermi bene e trovare la strada per una nuova vita, dove non fossi mai di peso a mia figlia per la mia infelicità ma bensì un genitore sereno e realizzato anche affettivamente. Questo l’obiettivo che mi sono posto come necessario e che non ho voluto ignorare.

Quanto è difficile spiegare al proprio partner etero di essere omosessuale. Come è avvenuto il coming out al vostro partner etero, ovvero il padre o la madre dei vostri figli? Qual è stata la reazione?

CECILIA – Non c’è stata una vera e propria spiegazione, un po’ perché, lo ammetto, non sono stata esattamente Riccardo cuor di leone: è stato lui a fare due più due. Un po’ perché il mio ex non ha voluto spiegazioni, si e’ chiuso in un dolore che, secondo me, non è stato in grado di elaborare.

FABRIZIO – E’ stato casuale, non premeditato: la separazione era avvenuta un anno prima e io mi vivevo la prima relazione della mia vita. Fatto sta che dopo un anno lei ebbe un momento di crisi e avemmo un confronto aperto dove io le espressi la mia condizione. Noi avevamo 19 anni di rapporto alle spalle e lei capì molto bene, avendole toccate con mano, l’origine di tante mie sofferenze di ragazzo e di giovane adulto; conosceva la mia famiglia di origine e sapeva capire bene come la mia famiglia non mi avesse agevolato nel riconoscermi, anzi, e come il fatto di pensarmi omosessuale fosse stato impossibile in quel contesto familiare. La mia ex ha comunque impiegato del tempo per comprendere totalmente e sanare le sue ferite. Dopo qualche anno avemmo occasione di riparlarne e approfondire le nostre storie e quel momento pose le basi per un dialogo efficace: il rapporto di fiducia reciproco nelle nostre capacità come genitori non è mai venuto a mancare e l’abbiamo anzi incoraggiato perché, per entrambi, nostra figlia aveva diritto a suo padre e sua madre e abbiamo collaborato insieme nel percorso di separazione perché non le venissero mai a mancare i due genitori.

Quanto è difficile per un genitore spiegare al proprio figlio di essere omosessuale? Voi come l’avete comunicato? Come è stata accolta questa dichiarazione?

CECILIA – Il coming out a mia figlia, che all’epoca aveva 14 anni, è stato un momento memorabile. E’ una ragazza intelligente e già da un po’ girava attorno all’argomento. Il colpo di grazia l’ha dato il padre, che sospetto abbia fatto outing, ovvero le ha detto di me a mia insaputa. Una mattina stavamo facendo colazione, e lei mi chiese a bruciapelo: “Papà dice che lo vuoi lasciare perché sei lesbica. Ma tu sei lesbica, mamma?”. Capii che non potevo più fare la vaga e, emozionatissima e imbarazzata, le risposi affermativamente. Sulle prime rimase sorpresa, ma le spiegai che questo non aveva nulla a che fare con il mio amore per lei e per suo fratello. Mi chiese perché mai non gliel’avessi detto prima, le risposi che non ero pronta. Andammo a vedere al computer le foto che avevo scattato al Pride, e alla fine mi disse una frase che non posso dimenticare: “Mamma, sono orgogliosa di te perché vuoi essere te stessa anche se è difficile”.

FABRIZIO – Le paure sono forti, l’idea che quello che abbiamo fatto, sposarci e mettere al mondo un figlio, non fosse giusto, che l’abbiamo fatto nel modo sbagliato, che non ne eravamo degni. E poi c’è la paura di esporre i nostri figli a una cosa più grande di loro, la derisione dei compagni, l’esclusione sociale. Ogni qual volta mi prendevo cura di lei, la vestivo o le facevo il bagno mi veniva in mente il pensiero che l’amare un uomo potesse sembrare che io non riconoscessi la sua bellezza di figlia. L’omofobia dei ragazzi gay conosciuti che ti suggerivano di non dirlo, che l’avrebbe capito quando sarebbe stata grande. È stato essenziale conoscere altri genitori che avevano fatto questo passaggio prima di me con figli adolescenti: scoprire che avevano avuto qualche difficoltà mi ha dato una motivazione a fare in fretta, prima che mia figlia crescesse troppo. C’era anche l’accordo della mamma, con cui avevamo deciso di dirlo ma non avevamo ancora definito i modi. L’occasione arrivò il giorno in cui non mi fu possibile partecipare a un incontro di famiglie di omosessuali perché non le avevo ancora parlato. Lei aveva poco meno di 10 anni, le raccontai la mia e nostra storia, di come avessi avuto tanto desiderio di un figlio e di come avendo conosciuto la sua mamma e essendoci innamorati, dopo tanti anni avevamo avuto lei. E che quando la mamma mi aveva lasciato io avevo capito che mi piacevano i ragazzi. Lei, che l’aveva già capito e l’aveva già detto più volte già a me e alla mamma ma noi non glielo avevamo mai confermato, mi guardò con un sorriso furbetto dicendo: “Eh ma io l’avevo già capito, chiedilo alla mamma!”. E infatti per lei, che aveva conosciuto bene il mio ex compagno, è stata una grande utile conferma: non volevo che mia figlia mi credesse single etero, quando invece ero gay ed avevo un compagno vicino. La comunicazione ha creato un legame forte di fiducia e la possibilità di essere davanti a lei quello che veramente sono.

Dal punto di vista giuridico i vostri figli, o per meglio spiegare i figli nati da precedenti relazioni eterosessuali, sono tutelati, o non è così?

CECILIA – Effettivamente, quando si parla di figli di omosessuali, si pensa sempre a bambini,e ai loro genitori non biologici, senza tutele. Ma la stragrande maggioranza dei figli di una persona omosessuale è nella condizione dei miei figli: hanno un padre e una madre, e quindi hanno le stesse tutele dei bambini nati da qualunque altra coppia etero che si separa. Ma devono affrontare problemi specifici dovuti all’omofobia sociale, alla difficoltà  degli stessi genitori nel gestire questa situazione. Secondo le poche statistiche a disposizione, sono quasi 100mila i figli in questa condizione. Per questo chiediamo soprattutto che le figure nelle scuole, ma anche nei tribunali o chi fa mediazione familiare sia opportunamente formato. Allo stesso tempo siamo totalmente schierati a favore dei diritti di quei bambini e bambine che, nati da una coppia omosessuale, sono veramente senza diritti!

FABRIZIO – La tutela è quella delle coppie etero: genitori e figli/e sono tutelati e l’affido condiviso è la condizione ottimale attualmente riconosciuta di fatto. Negli sporadici casi di opposizione giudiziale all’affido condiviso, le sentenze sono sempre state positive e hanno accolto il diritto del genitore omosessuale a mantenere la patria potestà sul figlio in affido condiviso; se il genitore si dimostra omofobo ci sono stati anche casi di affido esclusivo al genitore omosessuale. Ma questo in linea di principio, perché i ricatti morali nelle separazioni possono esserci e gli eventuali sensi di colpa possono incidere sulla cattiva negoziazione delle condizioni di separazione, che di solito vanno a discapito dei figli e del rapporto con loro: abbiamo visto diverse separazioni, formalmente consensuali, dove genitori etero hanno imposto clausole capestro ai genitori omosessuali privandoli delle libertà di frequentazione dei loro compagni/e in presenza dei figli. Per fortuna anche in questi casi le sentenze ribaltano questi accordi e ne annullano i benefici, una sentenza del 2008 è riportata anche sul nostro sito in un intervento dell’avvocata Susanna Lollini, ma se non ci si rivolge a un valido legale preparato e non omofobo di cose del genere ne possono accadere e si può rimanere intrappolati per anni in questi veri e propri ricatti.

L’Italia è in grave ritardo sul riconoscimento dei diritti delle persone Lgbt, a vostro avviso, quali sono i maggiori ostacoli all’approvazione di tale legge?

CECILIA – Io credo che le premesse per l’approvazione delle leggi che ci spettano, ci siano tutte. Si dice sempre che il Paese reale è più avanti di quel che la politica vuol farci credere, e io sono d’accordo. L’opposizione ai nostri diritti oggi viene da sacche retrograde, minoranze estremiste che non rappresentano altro che se stesse.

FABRIZIO – Temo che il ritardo si debba imputare sostanzialmente anche al movimento Lgbt, ovvero alle associazioni principali che in gran numero non si sono fatte carico dei veri problemi quotidiani che vivono le persone omosessuali e transessuali. Aldilà delle rivendicazioni dei diritti, che sono sacrosante, serve stimolare la consapevolezza di questi diritti che viene dopo aver accettato il proprio orientamento e la propria identità, ed aver combattuto l’omofobia interiorizzata, ovvero rivolta verso se stessi. Questi sono gli ostacoli che fanno in modo che le persone che si battono per i diritti siano in numero minimo, ovviamente quando non lo fanno sopratutto per finalità personalistiche. Va da sé che anche il movimento Lgbt italiano è un ritratto di questa povera ed arretrata italia (minuscolo), con le sue mafie e clientele, le sue ottusità ed i suoi pregiudizi. Dispiace anche vedere che le persone Lgbt spesso lottano per il loro singolo individuale diritto e non lo considerano nell’ampio spettro delle rivendicazioni dei diritti umani, del contrasto alle dispari opportunità, delle lotte del femminismo e di quella alle violenze di genere, così come di tutti i razzismi e i particolarismi. Non avere chiara la radice di tutte le discriminazioni che è il maschilismo e il patriarcato, la mancanza di una cultura umanista come ispirazione di pensiero per una efficace lotta per i diritti, sono alla base del fatto che in italia in questo riconoscimento siamo ancora all’anno zero. Il primo obiettivo dovrebbe quindi essere l’empowerment per le persone Lgbt, ovvero abbattere l’omofobia interna rafforzando la presa di coscienza per la consapevolezza dei propri diritti.

Ritenete che entro i ‘mille giorni’ annunciati da Matteo Renzi sarà varata una legge che consenta a due persone omosessuali di sposarsi e adottare figli?

CECILIA – Non ho la sfera di cristallo, e purtroppo la politica ha da sempre giocato sulla pelle delle persone come noi. Di certo noi genitori omosessuali e transessuali saremo in prima linea per fare pressing e chiedere norme che equiparino i diritti, senza giri di parole, delle persone indipendentemente dal proprio orientamento/identità.

FABRIZIO – In italia su questi temi governa il vaticano, se si riusciranno a fare le unioni civili sarà un successo enorme; in quanto all’adozione in questo paese, al momento non ho fiducia che si riesca ad ottenere. Pur’essendo paradossale che gay, lesbiche e transessuali i figli li possono avere perché la motivazione di avere una famiglia e dei figli può fare arrivare anche a non considerare la propria identità e il proprio orientamento generando costi anche sociali molto alti, separazioni, famiglie divise e figli oggetto di contese da parte di genitori in conflitto. Centomila figli per l’appunto sono quelli che in massima parte arrivano da esperienze come la nostra che è una delle conseguenze più pesanti della mancanza dei diritti.

Considerata la difficile e arcaica situazione italiana, come siete organizzati sul territorio e quali attività svolge RGR per supportare genitori e figli?

CECILIA – Il servizio che svolgiamo è unico: non c’è istituzione o associazione che offra un supporto mirato come il nostro. Ci rivolgiamo ai genitori omo e transessuali con figli da relazioni etero, ai loro compagni e compagne, e in generale a tutta la loro sfera di affetti. Abbiamo servizi a distanza (penso alla linea telefonica di ascolto e ai servizi web, tra cui il forum) e servizi sul territorio: gruppi che si incontrano in molte città italiane per condividere i vissuti e crescere insieme nella consapevolezza. Creiamo momenti di socializzazione in cui sono benvenuti i figli e le figlie, come anche i nostri genitori. Accanto ai servizi diretti alle persone, che sono il nostro obiettivo principale, abbiamo un versante ‘culturale’ e uno ‘politico’: organizziamo seminari e convegni, collaboriamo a ricerche, partecipiamo ai tavoli della politica e ai comitati per l’organizzazione dei Pride in molte città.

FABRIZIO – Partiamo sicuramente dall’aiuto ai genitori, dal web per facilità di accesso con forum e sito, alla linea telefonica con garanzie di anonimato e ovviamente gratuità dei servizi. Ma di grande efficacia, per chi riesce a farlo, è la partecipazione ai nostri gruppi, che si basano sui principi dell’accoglienza di tutte e di tutti e della sospensione del giudizio; ogni persona ha la sua storia e deve compiere i propri passi prendendo le proprie decisioni in autonomia e con piena consapevolezza e responsabilità. Purtroppo riusciamo al momento ad essere presenti solo in 7 regioni del nord e centro italia, dove sono presenti volontari più attivi e disponibili a organizzare queste attività. Il sud italia è ancora scoperto anche se alcune trasferte riusciamo a farle. Per i figli c’è ancora molto lavoro da fare, ovviamente il sito è accessibile ma non possiamo dare servizi a minorenni senza il consenso dei genitori che, ovviamente, devono anche aver già spiegato la loro condizione. In alcuni casi si fanno riunioni di socializzazione con figli consapevoli e in quelle occasioni constatiamo che anche per i figli scoprire che ci sono altre bambini o ragazzi come loro e poterli conoscere e frequentare è una grande forza.

Quali persone si rivolgono a RGR e quali sono i problemi più comuni?

CECILIA – Da noi arrivano persone in stadi diversi di consapevolezza, ma per lo più si tratta di persone nel bel mezzo di quello che prima ho chiamato ‘terremoto’. Spesso sono terrorizzati all’idea che l’altro coniuge, scoprendone omosessualità, voglia togliergli i figli. Per fortuna però da diversi anni la giurisprudenza va in tutt’altra direzione: nel prendere atto che l’orientamento sessuale o l’identità di genere non hanno nulla a che fare con la capacità genitoriale. Si può essere buoni o cattivi genitori sia che si ami una persona dell’altro sesso che del proprio sesso!

Invitiamo chi si rivolge a noi ad affacciarsi sul forum che è gratuito e anonimo e a prender parte ai gruppi regionali di auto-mutuo-aiuto e di condivisione. Crediamo infatti che tanti problemi comuni ai genitori omosessuali possano essere affrontati meglio se si condividono con chi ci è già passato o che sta vivendo oggi le stesse esperienze.

FABRIZIO – Si inizia dalla mancanza di accettazione che è sicuramente la situazione più pesante; la paura di fare qualcosa che è fuori dall’’umano’ che deriva dalla forte omofobia che ha represso le nostre consapevolezze in certi casi, la condanna che si assume per quello che si è compiuto e vissuto, i sensi di colpa per aver coinvolto i partner e dato alla luce dei figli, le paure di perdita di sicurezza sociale ed economica. La fanno da padrone la perdita degli affetti, dei figli come dei genitori. Tutte queste condizioni limitano fortemente i genitori omosessuali e transessuali nei loro percorsi, a volte anche bloccandoli e facendoli rimanere in un limbo senza tempo, dove rischiano di annullarsi come persone ed essere preda di profonda frustrazione e depressione. Per i genitori transessuali poi il percorso è anche più delicato, la necessità di rivelare la propria identità e la necessità del percorso è urgente per l’esigenza di procedere alle ovvie modificazioni di aspetto collegate alla adesione del genere identitario. Il nostro scopo è quello di esserci e di volere abbracciare e sostenere le persone nei tanti delicati passaggi di consapevolezza di sé e di affermazione della propria identità e interiorità. Prima di tutto è necessario imparare a volersi davvero bene, a recuperare la propria autostima e a trovare la forza per affrontare il mondo e il passaggio dei coming out. Questo è il compito più delicato ma necessario per sbloccare la propria serenità, perché si può vivere anche mentendo a tutti nella vita, con sforzi incredibili, ma non si può mentire tacendo la parte più vera di noi alle nostre figlie e ai nostri figli: quella non è vita.

Rete Genitori Rainbow – Chi siamo?

*(fonte: http://www.lindro.it/0-societa/2014-10-06/144872-una-rete-per-supportare-le-famiglie-rainbow)

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