2 Settembre 2026
La polemica nata intorno al corso di formazione per ostetriche e ginecologhe e ginecologi sulla gravidanza, il parto e il post-partum delle persone transgender evidenzia soprattutto una cosa: la difficoltà, evidente in molti degli articoli pubblicati in questi giorni, di comprendere i concetti fondamentali della questione. Sesso, genere, identità di genere, caratteristiche corporee, fertilità e capacità riproduttiva vengono continuamente sovrapposti, come se fossero la stessa cosa. Non lo sono. Un uomo trans è un uomo e può, se conserva gli organi riproduttivi e lo desidera, affrontare una gravidanza. Il testosterone può ridurre la fertilità, ma non è un contraccettivo e non elimina necessariamente la capacità riproduttiva. È proprio per questo che serve una formazione sanitaria adeguata: non per “negare la biologia”, ma per conoscere la realtà concreta dei corpi e delle persone che i professionisti sanitari incontrano.
C’è però un equivoco ancora più profondo. La nostra esperienza di Rete Genitori Rainbow dimostra ogni giorno che la genitorialità non dipende dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere. Molte persone LGBTQIA+ diventano genitori in relazioni apparentemente eterosessuali e solo successivamente attraversano percorsi di consapevolezza, coming out o affermazione di genere; altre costruiscono direttamente famiglie queer. Le relazioni possono cambiare, le famiglie possono riorganizzarsi, ma la responsabilità genitoriale non scompare: la famiglia cambia, il genitore resta.
La mancanza di diritti, quindi, non impedisce alle persone LGBTQIA+ di essere genitori: rende semplicemente più difficile esserlo. Produce precarietà giuridica, discriminazioni, difficoltà nell’accesso ai servizi, stigma e, in alcuni casi, violenza. È per questo che ci preoccupa il modo in cui questa vicenda viene oggi cavalcata: non il confronto scientifico su come assistere una gravidanza, ma la trasformazione di una realtà sanitaria in un caso politico e ideologico, attraverso semplificazioni, confusioni concettuali e rappresentazioni caricaturali delle persone trans.
Non pensiamo che ogni errore giornalistico sia automaticamente discriminazione, né che ogni critica debba essere liquidata come transfobia. Ma quando la mancanza di conoscenze di base viene utilizzata per costruire una narrazione secondo cui l’esistenza delle persone trans sarebbe una negazione della realtà biologica, il risultato è inevitabilmente la produzione e la legittimazione dello stigma. La violenza contro le persone LGBTQIA+ non comincia necessariamente da un’aggressione fisica: può cominciare anche dal modo in cui se ne raccontano i corpi, le identità e le famiglie.
Per questo Rete Genitori Rainbow sostiene la formazione del personale sanitario e chiede un dibattito pubblico fondato sulla conoscenza, sulla correttezza terminologica e sull’esperienza concreta delle persone. Le persone trans non sono un’ideologia e la loro genitorialità non è un paradosso: sono realtà della nostra società che il sistema sanitario, il diritto e l’informazione devono imparare a conoscere e rispettare
