10 Febbraio 2026
Scritto per Rete Genitori Rainbow da Diego Arcaro – Psicologo e Psicoterapeuta – Presidente di RGR
Definizione di Stereotipi
Gli psicologi sociali definiscono stereotipi, alcuni sistemi concettuali, a volte semplici, a volte semplificatori, che ci permettono di facilitare le nostre rappresentazioni soprattutto quando esse hanno a che fare con l’ambigua, sfuggente e spesso cangiante realtà delle categorie sociali. Da certi punti di vista rappresentano una indispensabile strategia di categorizzazione che gli individui devono impiegare se vogliono opportunamente semplificare un mondo di esperienze variegato, mobile, difficile da catturare. Gli stereotipi garantiscono all’individuo una visione del mondo e degli eventi coerente e capace di farlo sentire dalla parte del giusto.
Gli stereotipi non sono dei sistemi di rappresentazione “neutrali”: essi veicolano in maniera implicita sistemi di valori, gerarchie di criteri, preferenze e giudizi tendenziosi. Nel momento in cui la realtà si articola in due gruppi contrapposti, quello cui il soggetto appartiene e quello che si colloca all’esterno, si creano le condizioni per il manifestarsi di un’asimmetria valutativa. Le rappresentazioni elaborate (a proposito delle proprie e delle altri caratteristiche e abitudini) nascono e si sorreggono perché sono giustificate da un quadro di valori assunto come uno stabile riferimento normativo. Le conseguenze di queste preconcezioni o stereotipi saranno quelle di semplificare i fatti, in quanto si propongono di rappresentare gruppi e non individui, non rendendo giustizia alla specificità dei singoli che sono assimilati entro un’immagine globale. In secondo luogo essi portano ad interpretazioni errate degli individui (a causa del carattere distorcente degli stereotipi) anche quando si è in contatto diretto con questi.
Lippmann, politologo e giornalista che nel 1922 coniò il termine “stereotipo”, intendeva con questo definire “le conoscenze fisse e impermeabili che organizzano le nostre rappresentazioni delle categorie sociali” le quali sono alla base di molte nostre decisioni.
Per il giornalista costituiscono il prodotto della cultura e del patrimonio di idee del gruppo, come veicoli per creare omogeneità di valori, di credenze e di parametri sociali per organizzare le loro conoscenze a proposito del mondo; essi (gli stereotipi), attraverso i processi di rinforzo sociale, vengono mantenuti e rafforzati. Gli effetti dei sistemi saranno tendenzialmente negativi proprio per la loro rigidità, per la loro impermeabilità di fronte all’esperienza e per la loro potenziale funzione di distorsione della realtà.
Gli stereotipi possono essere considerati anche come etichette categoriali che possiedono un potere straordinario: essi impediscono classificazioni alternative e ci rendono insensibili alle più raffinate discriminazioni di cui saremmo capaci.
Gli studi sugli stereotipi si sono concentrati su due aspetti dello stesso fenomeno: il primo è quello che definisce gli stereotipi sottolineando la loro caratteristica di processi di pensiero tendenziosi, sono cioèil risultato di errori e distorsioni dei normali processi di pensiero. Il secondo li considera come esito di un processo di categorizzazione che interviene per facilitare il giudizio sociale. Gli stereotipi sono delle rappresentazioni di gruppi e categorie che catturano nelle loro definizioni ed attribuzioni le “vere” caratteristiche che contraddistinguono queste entità sociali e le differenziano dalle altre.
Un’ultima constatazione interessante è che le operazioni di categorizzazione, inferenza, attribuzione, che si suppone si verifichino nell’uso delle conoscenze stereotipiche, appaiono in larga parte frutto di processi consapevoli, ma anche di processi automatici (i soggetti possono attivare delle conoscenze di cui non sono consapevoli), senza che su di essi si possa esercitare un controllo strategico.
La trasmissione degli stereotipi
Stabilito che la formazione degli stereotipi ha luogo nel momento in cui un aggregato di individui viene percepito come appartenente ad uno stesso gruppo o ad una stessa entità, analizzeremo ora come si realizza la trasmissione dei contenuti degli stereotipi, da persona a persona, da generazione a generazione. Gli stereotipi non si limitano a costruire delle forme di rappresentazione che risiedono nella mente delle persone, ma servono anche per trasmettere contenuti culturali e conoscenze condivise, per questo hanno bisogno di una fondamentale forma di mediazione, ossia quella linguistica.
Il più importante veicolo di trasmissione è quello linguistico., E’ attraverso i discorsi quotidiani, i giornali, i libri di testo, la televisione, i messaggi pubblicitari, i social network, che in maniera sottile, ma costante avviene il passaggio di queste forme di conoscenza e di interpretazione del mondo.
Si sono individuate tre diverse funzioni del linguaggio in relazione agli stereotipi: la prima è che il linguaggio ha la funzione di garantire la trasmissione culturale dei contenuti associati agli stereotipi. Questi si cristallizzano in forme di vocabolario dal significato pregnante e di immediata presa (ad esempio: “è un terrone”, “è un marocchino”, “se si tratta di soldi, è un ebreo”).
La seconda funzione è di organizzare le conoscenze nella mente degli individui. Nei termini di percezione sociale, esistono conseguenze a seconda delle scelte linguistiche che vengono operate quando si descrivono gruppi sociali o categorie. L’usare un’etichetta linguistica dal marcato valore denigratorio per descrivere un gruppo sociale porterà in maniera automatica associazioni negative, evocherà situazioni spiacevoli, da influenzare il giudizio sociale anche di chi dichiara di non possedere stereotipi negativi nei confronti del gruppo descritto. Definire una persona un “gay” o una “checca” ad esempio, significa attivare aree semantiche diverse e le informazioni ad esse associate in termini stereotipici; quindi l’etichetta impiegata consentirà di rappresentarsi quell’individuo secondo dimensioni di giudizio che sono solo parzialmente sovrapponibili.
La terza funzione è di esprimere le identità sociali dei gruppi: il fatto di percepire l’appartenenza ad un gruppo porta a concepire un giudizio tendenzioso a favore di questo. Ciò creerà una sorta di dislivello valutativo tra il proprio gruppo e il gruppo esterno; il soggetto, per il solo fatto di avere la consapevolezza di appartenere ad un gruppo valorizzato, ne riceverebbe un incremento per la sua autostima. Gli individui sarebbero continuamente impegnati in processi di confronto con gruppi sociali esterni, condotti in maniera tale che gli esiti favoriscano sistematicamente il gruppo di appartenenza.
Fonti:
-Arcuri L. e Cadino M.R. (1998): Gli stereotipi.
-Arcuri L e Castelli L. (1996): La trasmissione dei pensieri (ed. Zanichelli).
-Corley R. (1987): The final Closet / The gay parent’s Guide for Coming out to their Children (ed. Press Miami).
-Ellis H. (1905): Studies in the Psycology of sex.
-Klapper J. T. (1964): Gli effetti delle comunicazioni di massa (ed. Etas Kompass).
-Rizza Nora (1980): Sociologia delle comunicazioni di massa/2 (ed. Infor Accademia).
Lippman W. (1957) La filosofia pubblica (ed. di Comunità)
-Statera G. (1989): Società e comunicazioni di massa
(ed. Palumbo, Palermo).
-Tabet Paola / Di Bella Silvana: “Io non sono razzista ma…” Strumenti per disimparare il razzismo.
-Van Dijk Teun: “Il discorso razzista”
La riproduzione del pregiudizio nei discorsi quotidiani.
-Wolf M. (1985): Teorie della comunicazione di massa (ed. Bompiani).
