L’omosessualità nella storia antica e moderna

23 Giugno 2026

Orientamenti sessuali diversi da quello eterosessuale sono sempre stati presenti, fin dalla notte dei tempi. In questo rubrica ci concentreremo prevalentemente sull’omosessualità. Questa è sempre esistita, anche se veniva considerato l’atto sessuale e non l’identità nel suo complesso. La pratica omosessuale, come vedremo, per più di mille anni è stata condannata e perseguitata a livello religioso o politico.

Nonostante ciò le persone LGBTQIA+ fortunatamente continuano ad arricchire il contesto sociale!

L’omosessualità nella storia antica

Nelle società antiche l’omosessualità era in genere accettata (nelle civiltà persiane, in quelle assirobabilonesi, nell’antico Egitto, nella Grecia classica e nella cultura Romana). I Greci erano culturalmente bisessuali: consideravano i figli indispensabili alla maturazione dell’individuo, e per generarli era necessario il rapporto eterosessuale. Ma il rapporto d’amore propriamente detto e preferito dai maschi adulti era quello omosessuale, con un partner più giovane (un esempio è “Il simposio” di Platone). Per lo sciamanesimo, l’amore omosessuale è indice di elezione, segnale di rapporto privilegiato col trascendente.

Per le religioni monoteiste (Cristianesimo, Islam, Ebraismo) i comportamenti omosessuali erano condannati. Si parla, negativamente, di omosessualità nella Bibbia, nel libro della Genesi. Dall’Alto Medioevo fino all’Illuminismo in molti stati europei erano state promulgate leggi contro le relazioni omosessuali.

Sensibili cambiamenti nei confronti delle persone omosessuali sono avvenuti a livello scientifico intorno alla seconda metà dell’Ottocento. La discontinuità fra passato e presente è frutto, secondo molti studiosi, del “mutamento paradigmatico” avvenuto nell’ultima parte di questo secolo, quando il modello medico dell’omosessualità (secondo il quale essa era una condizione innata caratterizzata dall’inversione sessuale) prese il posto di quello religioso “contrapponendo la sodomia medievale all’omosessualità moderna.”

L’omosessualità nella storia contemporanea

Orientamenti sessuali diversi da quello eterosessuale sono sempre stati presenti, fin dalla notte dei tempi. In questo rubrica ci concentreremo prevalentemente sull’omosessualità maschile (le altre forme dell’orientamento sessuale per molto tempo non erano state considerate).

Come accennato, l’omosessualità è sempre esistita, anche se veniva considerato l’atto sessuale e non l’identità nel suo complesso. La pratica omosessuale, come vedremo, per più di mille anni è stata condannata e perseguitata a livello religioso o politico. I cambiamenti più sostanziali sul piano sociale e psicologico avvengono circa all’inizio del secolo scorso all’interno degli ambiti scientifici, dove non tutti erano d’accordo sulla natura patologica dell’omosessualità.

Hirschfeld fondava nel 1898 in Germania un “comitato scientifico-umanitario” per studiare scientificamente l’omosessualità e per abolirne la penalizzazione. Se Von Kraft- Ebing, nel trattato “Psychopathia sexualis”, la descriveva come “malattia degenerativa”, S. Freud e H. Ellis “proponevano visioni più aperte”.

Per Ellis (1905) l’omosessualità “è innata e non è né immorale, né patologica”. Per le teorie freudiane, “le persone sono bisessuali fin dalla nascita e diventano omosessuali o eterosessuali come risultato dell’esperienza familiare o sociale.

Nel 1935 Freud spiegava nella “Lettera ad una madre americana” che l’omosessualità “non deve essere vista come un vizio o una vergogna e non può essere classificata come una malattia, ma come una variazione della funzione sessuale prodotta da qualche arresto dello sviluppo psicosessuale”. Contestato dalla gran parte degli psicoanalisti, che qualificavano l’omosessualità come “fosse una risposta fobica ai componenti dell’altro sesso o come risultato di relazioni patologiche familiari”, gli effetti furono che le teorie psicoanalitiche influenzarono “profondamente la cultura popolare”, anche se raramente sono state sottoposte a verifica empirica.

Nel 1950 Kinsey e altri studiosi adottarono un approccio più disponibile verso l’omosessualità. Il primo studio innovativo nell’ambito della psicologia fu quello di E. Hooker, psicologa statunitense che nel 1957 somministrò test proiettivi a gruppi di omosessuali ed eterosessuali per esaminare se differivano nel funzionamento psicologico. I risultati permisero alla Hooker di dedurre che l’omosessualità “non costituisce un’entità clinica uniforme e non è intrinsecamente associata alla psicopatologia”.

Studi e ricerche successive su larghi campioni di omosessuali, come quelle di Saghir e Robins (1973) o quelle di Bell e Weinberg (1975), “hanno confermato che l’incidenza dei disturbi psichiatrici e psicologici era pressoché simile nella popolazione omosessuale e in quella eterosessuale”.

Il processo di depatologizzazione dell’omosessualità nella seconda metà del secolo scorso è stato scandito dalle modificazioni nosografiche subentrate nelle edizioni del DSM, il Manuale dei Disturbi Mentali pubblicato dall’Associazione Americana di Psichiatria, utilizzato anche negli altri paesi del modo occidentale.

Fonti

Lingiardi V. (1997): Compagni d’amore.

Pietrantoni L., Prati G. (2011): Gay e lesbiche.

Pietrantoni L. (1999): L’offesa peggiore. L’atteggiamento verso l’omosessualità: nuovi approcci psicologici ed educativi.

Rigliano L. (2001): Amori senza scandalo: cosa vuol dire essere lesbica e gay.

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