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Nasce la Rete Genitori Rainbow
Nasce l’associazione Rete Genitori Rainbow che si propone di offrire supporto a lesbiche, gay e transessuali con figli da precedenti relazioni eterosessuali.
Oltre ai pregiudizi in quanto omosessuali, sulle spalle di questi genitori pesano le difficoltà connesse alla separazione spesso conflittuale con l’ex-partner, al timore del coming-out verso i figli o la famiglia.
L’associazione Rete Genitori Rainbow offre supporto e confronto avvalendosi di una rete di volontari, di psicologi e di avvocati allo scopo di superare l’omofobia interiorizzata e aiutare ad affrontare la separazione, l’affidamento e il coming-out.
Rete Genitori Rainbow mette a disposizione i propri servizi in collaborazione con altre realtà del mondo LGBT attraverso una Community web con forum dedicati, help-line Skype in chat e voce, Facebook e altri social network.
E’ anche prevista l’organizzazione di gruppi di auto-aiuto e di seminari in varie parti d’Italia condotti da professionisti e volontari che hanno vissuto questo percorso in prima persona.
L’associazione rispetta inoltre l’esigenza di molti genitori di mantenere l’anonimato, data la delicatezza della situazione.
Rete Genitori Rainbow sostiene i diritti LGBT e si propone di stimolare la produzione culturale per contrastare i pregiudizi sulla genitorialità omo e transessuale.
CONTATTI
Sito: www.genitorirainbow.it
Contatti: info@genitorirainbow.it
Skype: genitorirainbow
Facebook: Rete Genitori Rainbow
Firenze, 16 febbraio 2011
La storia di Marina
Ultimamente mi viene chiesto di definirmi e la questione è più complessa di quanto non sembri a prima vista. Ho iniziato la mia vita affettiva e sessuale con una ragazza, tanti anni fa, poi ho avuto ragazzi, fidanzati, un marito dal quale sono separata da anni e con il quale condivido l’avventura di essere genitori dei nostri figli. Ad un certo punto della mia vita, ben dopo la separazione dal marito, ho sentito che desideravo una donna accanto a me, prima ancora di avere una donna specifica nella mia vita sentivo che era una “lei”
che cercavo.
Un’amica mi ha chiesto recentemente se mi definisco bisessuale o lesbica. Se guardassi il mio “storico” dovrei propendere per bisessuale, ma è lesbica che mi sento.
Sempre l’amica di cui sopra mi ha fatto notare che adesso mi definisco lesbica, ma se nel corso della vita finissi di nuovo con un uomo?
Il fatto è che io, adesso, con un uomo non mi ci vedo proprio più. Mentre prima mi sentivo aperta a diverse possibilità, ora io mi sento una donna e voglio una donna accanto a me. Quindi, fino a prova contraria, lesbica.
Fortunatamente non ho mai avuto problemi “interni” con le mie affettività, non mi sono mai sentita sbagliata o fuori posto. Mi sono innamorata di persone di sesso femminile o maschile, sempre sentendomi me stessa. Sono maturata nel corso del tempo, mi sento più definita ultimamente, ma è solo un’analisi a posteriori.
Mi sono divertita un mondo da ragazzina a scandalizzare i benpensanti perché giravo mano nella mano con la mia ragazza, mi sentivo diversa in senso positivo. Sentivo di avere un qualcosa in più (forse un bel po’ di stupidità adolescenziale e presunzione)
Quando mi parlano di difficoltà di autoaccettazione, di omofobia interiorizzata, devo fare uno sforzo per calarmi effettivamente nella parte di chi ci passa e più lo faccio, più mi sento fortunata.
Ci ho pensato un anno intero su cosa volessi fare di me e della mia omosessualità. Un anno fatto di letture di libri, articoli, siti di associazioni, visione di interviste, documentari, tutto quello che mi è capitato a portata di mouse e videoteca. Ho letto, imparato, mi sono guardata dentro e fuori ed ho deciso che io zitta non ci so e non ci voglio stare. Non mi va, non vedo perché. Ho voglia di essere, fare, parlare. Mi sono angosciata per mesi nel leggere storie di ragazzi e ragazze che non sanno accettarsi ed ho
pensato che poteva essere anche colpa mia. Colpa del mio silenzio che non contribuiva a far loro sentire quale è la realtà: l’omosessualità esiste nel mondo, è una cosa che c’è ed a niente serve che c’è chi la consideri giusta o ingiusta. E’ una componente dell’affettività umana, non c’è che da prenderne atto. Per me però è facile, ho più di quarant’anni, sono cresciuta, ho le
spalle larghe, conosco me stessa e so di potere lottare per i diritti miei e di altri.
Quindi ho deciso che, dopo avere tanto imparato da esterna, ora è tempo di farlo da dentro, capire cosa posso fare e dove posso arrivare.
Nel frattempo ho anche trovato un modo per gestire anche il rapporto tra i miei figli e la mia omosessualità. Dopo avere parlato della mia storia a mia sorella, ai colleghi, agli amici, mi mancavano loro. Non potevo lasciarli fuori. O, meglio, avrei pure potuto ma avrei vanificato totalmente tutto il lavoro fatto negli anni per essere onesta ed aperta con loro, non mentirgli mai per quanto mi fosse possibile. Potevo nascondergli una cosa del genere? Avrei voluto eh, giuro che se avessi trovato una scappatoia l’avrei presa di corsa, ma non esistono scappatoie se si vuole mantenere un certo tipo di rapporto ed io lo volevo e lo voglio. Per di più se scelgo di essere visibile come lesbica, a maggior ragione devo essere visibile con i miei figli, che senso avrebbe essere aperta verso tutti tranne che con le due persone di cui sono più responsabile al mondo?
Alla fine ho preso tutto il coraggio che avevo ed ho comunicato loro che dovevo dirgli una cosa. Punto. Tutto qui. Il coraggio era finito, la lingua si è inesorabilmente incollata al palato, mascella e mandibola si sono rifiutate di muoversi di un solo millimetro e la mente si è svuotata totalmente. Terrore allo stato puro, terrore di niente per la verità, sono i miei figli, io sono la madre e mi adorano, cosa avrei dovuto temere? Dopo un imbarazzante silenzio fatto di faccia terrorizzata (la mia) e faccette perplesse (le loro) ho più o meno biascicato un “Volevo dirvi che ho una fidanzata”. Per fortuna tanto è bastato, un discorso più lungo non mi sarebbe proprio stato possibile, perché capissero che la mia carissima amica che incontrano in continuazione si è magicamente trasformata in “fidanzata”. All’inizio erano un po’ perplessi (pur avendo sentito parlare di omosessualità, non ne avevano mai avuto esperienza
diretta), ma il giorno dopo mia figlia mi ha detto che era contenta. Ci saranno forse altri problemi, domande, incertezze, ma di qui in avanti è una storia più facile. Il difficile è iniziare, i problemi poi quando ci sono si affrontano, sono felice di avere potuto mantenere il mio ruolo di mamma onesta e sincera con loro e sono sicura che da questo non potrà che venircene del bene.
Quindi, sistemati i fondamentali, non mi resta che far partire la musichetta di sottofondo ed avviarmi con gioia verso il resto della mia vita lesbica.
Marina
il Libro di Tommi
IL LIBRO DI TOMMI
Manuale educativo e didattico su scuola e omogenitorialità
di Giuliana Beppato e Maria Tina Scarano
“Negli ultimi anni in Italia si è assistito ad una crescita esponenziale di bambini e bambine nati e/o cresciuti in famiglie omogenitoriali (famiglie con uno o più genitori omosessuali). Dagli sporadici casi che faceva- no scalpore sui giornali dieci, quindici anni fa, oggi un numero sempre crescente di coppie omosessuali, o singoli omosessuali, decide consapevolmente di diventare genitore. Aumentano anche le esperienze di chi, scoprendo la propria omosessualità dopo essere diventato genitore all’interno di una relazione eterosessuale, decide di formare una nuova coppia che diventa una realtà familiare allargata anche per i propri figli.
La scuola è il primo luogo di incontro istituzionale che si è confrontato con queste nuove realtà. Il libro di Tommi descrive questo incontro partendo dall’esperienza dei protagonisti (bambini, genitori e insegnanti) che raccontano i momenti non previsti che provocano imbarazzi stereotipati, criticità, mancanza di proposte didattiche adeguate alle realtà presenti in classe.
Queste difficoltà non sono dovute ad una diversità dei bambini nati in contesti omogenitoriali quanto piuttosto ad un approccio educativo-didattico spesso ancora legato ad un modello tradizionale di famiglia che in realtà da tempo è mutato. La famiglia omogenitoriale è solo uno dei tanti modi di “fare famiglia”: pensiamo ai bambini che vivono in famiglie ricomposte, ai bambini provenienti da altre parti del mondo, ai bambini adottati o in affidamento.“La scuola è il luogo dell’accoglienza, dell’apertura e della solidarietà in cui quotidianamente si vive e si sperimenta, per tale motivo dovrebbe rispettare i suoi caratteri d’inclusività e garantire il pieno diritto d’appartenenza ed inserimento nella comunità scolastica ai figli di qualunque famiglia.”
1 La normativa in materia già da tempo ha recepito tali cambiamenti sociali e famigliari e ha dato delle indicazioni al riguardo, ad esempio il Decreto ministeriale del 3 giugno 1991 “Orientamento dell’attività educativa nelle scuole materne statali” precisa che “… la scuola dell’infanzia accoglie e interpreta la complessità dell’esperienza vitale dei bambini e ne tiene conto nella sua progettualità educativa in modo da svolge- re una funzione di filtro, arricchimento e valorizzazione dell’esperienza extra scolastica allo scopo di soste- nere il sorgere e lo sviluppo di capacità di critica, di autonomia del comportamento e di difesa dai condizionamenti.”
Nella realtà della pratica quotidiana spesso però le insegnanti segnalano la propria impreparazione di fronte a situazioni differenti dalla norma presunta e la mancanza di risposte adeguate. Il libro di Tommi si propone come strumento di riflessione operativa, la finalità è quella di fornire una con scenza dei contesti di crescita dei bambini con famiglie omogenitoriali, offrire indicazioni su come facilitare la comunicazione tra scuola e famiglia, favorire l’inserimento dei bambini nel contesto classe, proposte per una didattica che tenga conto della pluralità delle situazioni familiari da cui i bambini provengono, prevenire gli “imbarazzismi”2 che si creano in alcune situazioni proponendo modalità di approccio, non certo esaustive ma di stimolo ed esempio.
Il libro si articola in due parti. Nella prima parte aneddoti accompagnati dal fumetto prendono per mano il lettore alla scoperta delle somiglianze e delle differenze del vivere la scuola da parte di un bambino che viene da un contesto omogenitoriale e delle difficoltà, ma anche delle risorse (risposte originali), che le insegnanti sanno mettere in campo per svolgere al meglio il loro ruolo di educatrici. Il testo vuole far riflettere sulle pratiche di inclusione delle differenze e propone “buone prassi”, utili non solo ai bambini figli di genitori omosessuali.
Nella seconda parte seguono approfondimenti tematici.
- Chiara Bertone, docente di sociologia, affronta l’argomento della genitorialità omosessuale nell’ambito dei nuovi modelli di famiglia, aspetto questo da tenere sempre in considerazione al fine di prevedere programmi didattici che tengano conto dei mutamenti sociali e familiari in atto.
- Fabrizio Paoletti, già vicepresidente dell’associazione “Famiglie Arcobaleno”, descrive la complessità delle dinamiche familiari nelle situazioni di separazione in cui uno dei genitori è omosessuale, in particolare gli aspetti relazionali tra adulti e figli.
- Giuliana Beppato, psicologa psicoterapeuta, e Maria Tina Scarano, assistente sociale, partendo dalla situazione europea in merito al riconoscimento delle famiglie di fatto descrivono la realtà italiana letta attraverso la storia di una associazione di genitori omosessuali, prima e unica in Italia.
- Margherita Graglia, psicologa psicoterapeuta, sulla base delle ricerche degli ultimi venti anni risponde alle domande frequenti sullo sviluppo psicologico dei bambini figli di omosessuali.
- Sara Lusso, neuropsichiatra infantile, spiega come le conoscenze scientifiche non possano da sole cambiare la percezione che la società ha dell’omosessualità, neanche all’interno dei Servizi, ma di come occorrano linguaggi nuovi e “una mente libera e curiosa di fronte a sé e all’altro da sé”.
La scoperta di sè
E un giorno ti accorgi che…
di Paola Biondi Psicologa Psicoterapeuta, Responsabile di Psicologiagay.com
Contesto
Sei una persona assolutamente normale. Hai un lavoro, ti sei sposat*, magari dopo anni di fidanzamento e con lui/lei ci stai bene. Hai avuto dei figli.
Tutto sembra andare per il verso giusto, proprio come previsto dalla tua famiglia e dalla società. E dalla tua idea di come doveva essere la tua vita. Dalla tua immagine di eterosessuale equilibrat*, responsabile, genitore perfetto.
Finalmente sei riuscit* a realizzare il sogno di sempre: una famiglia tua.
Ma tu sai che in fondo ti manca qualcosa. E ad un certo punto inizi anche a sentire dentro di te una spinta verso qualcosa che già sapevi, ma hai sempre rifiutato.
Sintomi
Un bel giorno, uno normale, come tutti gli altri, magari al lavoro o in fila alle poste ti ha colpito proprio quella persona lì. Non sai neanche per quale motivo, ma senti un brivido dentro. Il cuore inizia a battere più forte, il respiro accellera.
E poi la paura. La terribile sensazione che ti opprime il petto.
No, non può capitare proprio a te. Si, sai cos’è l’omosessualità, ma tu no, tu sei “normale”, come tutti, no?
Ti giri dall’altra parte e fai finta che non sia successo niente. Una, due, tre, tante…tante volte. E piano piano inizi a renderti conto che non era la prima volta che provavi questa emozione forte. Lo sapevi anche prima, ma pensavi fosse invidia, volevi assomigliare a lui/lei, ti piaceva per questo…oppure il tuo interesse era solo perché intelligente, colt*, una bella persona in fondo.
E inizia la giostra delle sensazioni: ansia, depressione, disperazione, angoscia, timore, negazione, preoccupazioni per il futuro, senso di colpa.
Hai provato qualcosa di simile? ![]()
Si, se sei qui è probabile.
Che fare?
Intanto respirare. Sembra assurdo, ma la prima cosa che ci viene meno quando stiamo male è il fiato. Respirare = vita, quindi continua a respirare. Altri ce l’hanno fatta prima di te, ce la farai anche tu.
Da dove iniziare?
Da te stesso/a.
Prova ad ascoltare le tue sensazioni, quello che provi dentro di te, prova a zittire i pensieri che ti abitano e che affollano la tua mente. Anche quelli che sono di altri e che tu hai fatto tuoi. O semplicemente che finora hai pensato fossero i tuoi perché più giusti, più normali, più adeguati.
Guardati dentro, con sincerità e cerca di capire cosa vuoi veramente. Sei felice nella vita che hai scelto di vivere finora? Sei soddisfatto/a di quello che hai?
Il tempo
C’è un tempo per gioire, un tempo per piangere. Un tempo per costruire, un tempo per distruggere. Un tempo per i dubbi, un tempo per le certezze.
Il tempo ti aiuterà ad accettare e integrare quello che sei sempre stat*, e a tempo debito questa scelta ti darà la serenità che ora ti manca.
So che forse vedi tutto buio e assolutamente impossibile che tu possa essere seren* scegliendo di vivere quello che finora hai rifiutato fortemente. Eppure è solo nell’autenticità che si può essere pienamente soddisfatti e felici.
Puoi fingere di essere un’altra persona: con i tuoi genitori, i tuoi figli, il/la tuo/a partner, i tuoi amici, i tuoi colleghi di lavoro, te stess*.
In quest’ultimo caso dura poco. Tu sai meglio di chiunque altro chi sei e non puoi ingannarti per sempre. E’ solo questione di tempo.
Ok, ora che hai capito chi sei e cosa vuoi, prima o poi dovrai dirlo al tuo mondo.
Ma questo è già un altro discorso
La storia di Cecilia
Ma di una cosa sono certa: mi sono sposata convinta di quel che stessi facendo.
La “scoperta” e’ stata sconvolgente: mi dicevo di star provando “omoaffettivita’” (cosi’ mi ostinavo a definire quel sentimento, per non ammettere le parole appropriate: amore lesbico).
Quando me lo sono detto e’ stato allo stesso tempo liberatorio e spaventoso.
C’e’ una frase del film “Tutto su mia madre” che ho sempre sentito nelle mie corde: “Una donna è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa.”
Dopo quel momento la strada verso la mia autenticita’, verso il vivere questa nuova release di me stessa, e’ stata piena di difficolta’. Erano ostacoli oggettivi: un matrimonio di cui di colpo non sapevo cosa fare, tutto un mondo di relazioni costruite sul piu’ classico modello etero, figli nati e cresciuti con l’idea di una mamma e di un papa’ accanto, paura di scardinare quel che avevo costruito. di ferire le persone che amavo, a cui avevo promesso amore.
C’e’ un momento cruciale nella mia storia: la decisione di dire di me ai figli.
Ho fatto coming-out prima con con la figlia e poi con il ragazzo piu’ grande.
Ripeto sempre le parole che lei, allora quattordicenne mi ha detto dopo una lunga chiacchierata e dopo aver visto insieme le foto scattate al Pride: “mamma sono orgogliosa di te perche’ vuoi essere te stessa anche se e’ difficile”.
Non che sia stata tutta una passeggiata. Con mio figlio, maggiorenne, e’ stato molto piu’ difficile, ma ho apprezzato quando mi ha detto che le sue difficolta’ con il fatto che io sono lesbica sono difficolta’ sue, e che le deve risolvere con se stesso.
Oggi finalmente sono separata, anche se questo ha avuto conseguenze economiche non secondarie. Ma posso vivere il mio essere lesbica e la mia visibilita’ senza paure che mi frenino.
Sento forte il bisogno di darmi da fare per le altre lesbiche (per questo ho fatto parte del Coordinamento delle entusiasmanti Cinque Giornate Lesbiche che si sono svolte a Roma nel 2010) e soprattutto per le persone che, come me, si “riscoprono” dopo una vita costruita su tutt’altri binari.
Il mio lavoro per Rete Genitori Rainbow nasce qui.
Cecilia










