il punto di vista di una ex moglie – la storia di Morena

a volte amare qualcuno significa .. lasciarlo andare

Morena ex moglie di Stefano e madre con lui di un bimbo, descrive la sua esperienza e il suo percorso di amore e consapevolezza.

di seguito le due lettere che Morena a scritto a Rete Genitori Rainbow, siamo felici di averla adesso con noi nel Forum RGR

Carissimi genitori rainbow,
vi scrivo nella speranza di trovare anche per me un posto, un colore, nel vostro arcobaleno, visto che altrimenti non saprei dove trovarlo. C’è infatti una fetta non piccola di mondo, il rovescio di una medaglia, che non viene presa in considerazione – e sono gli ex mariti e le ex mogli di mogli e mariti dichiarati lesbiche e omosessuali dopo il matrimonio. Ai nostri compagni è toccata la fatica del “coming out”? A noi è passato un uragano che ci ha costretti a guardare la vita in un altro modo. Non abbiamo scelto noi di sposare un omosessuale, non abbiamo scelto né preso parte –perché non ci è stato concesso- al suo tumultuoso cammino.

Abbiamo subito le sue immotivate lotte interiori e i suoi muti silenzi, gli slanci affettivi negati, la persona che ami che diventa fredda e impermeabile al tuo volerle bene.

Abbiamo subito come un terremoto la dichiarazione dell’omosessualità del partner o abbiamo lottato per farci dire qualcosa che il nostro inconscio segretamente sentiva.

Abbiamo vissuto il conflitto interiore di capire cosa è veramente l’ omosessualità, abbattendo a fatica i pregiudizi che la società, l’educazione, il nostro credo ci avevano dato.

Abbiamo accettato la nostra debolezza e impotenza di fronte ad uno “status” più grande di noi che nulla ha a che fare col nostro amore.
Abbiamo vissuto la sofferenza di sentirci “inadeguati al partner” e “offesi” nella nostra intimità di donna o di uomo.
Abbiamo dovuto fare i conti con l’amore, consapevoli di amare una persona che magari ci ama ma che con noi non può essere felice. A volte amare è anche saper lasciare andare l’altro per la sua felicità. E noi li abbiamo lasciati andare i nostri compagni a singhiozzo, consapevoli che la loro felicità passa però per la nostra immeritata sofferenza.
Abbiamo dovuto guardare quelli che fino ieri erano i nostri mariti e le nostre mogli con occhi nuovi, abbiamo dovuto trasformare l’amore in un sentimento diverso, rispettoso della scelta del partner; abbiamo dovuto rassegnarci all’idea che non possiamo fare nulla per riaverlo indietro, perché di fatto non saremmo mai come lui/lei ci vuole, mai del suo stesso sesso.
Abbiamo fatto tutto questo faticosamente, ma senza perdere la capacità di amare.

Vorremmo incazzarci ma non riusciamo a farlo, non con chi sta comunque soffrendo la sua trasformazione.
E allora restiamo lì, prigionieri, come se non riuscissimo a smettere di amare e lottiamo per rafforzare noi stessi e lottiamo per sentirci vicini a chi amiamo perché l’amore non è un interruttore che si può spegnere a comando. Amiamo e crediamo che si possa comunque rimanere vicini, camminiamo insieme in due percorsi di affermazione paralleli. Magari scegliamo di incontrare i compagni dei nostri ex e ci piacciono pure, magari riusciamo a stare bene con loro anche se a casa paghiamo la fatica di sentirci abbandonati. E se abbiamo dei figli, lottiamo contro noi stessi per farli crescere nella verità senza inibizioni.
Ma lottiamo anche contro una società, degli amici, delle famiglie con i quali non ci si può confidare perché non ci sentiamo capiti o perché i motivi della nostra separazione sono troppo intimi, troppo attaccabili o fraintendibili o semplicemente è così assurdo tutto ciò che ci è capitato da non poter essere condiviso.
E così, privi di allenamento, senza carta geografica né compagni di cordata, scaliamo da soli le nostre vette passando di psicologo in psicologo, di specialista in specialista, alla ricerca di qualcuno così fulminato da
condividere le nostre folli scelte.

E non abbiamo nessuno con cui confrontarci su che cosa stiamo passando, nessuno che ci sia già passato e ci rassicuri che ce la si può fare, che si può uscirne vivi senza uscire di senno, nessuno con cui confrontarci nelle scelte educative dei figli, nelle difficoltà che ci fanno le istituzioni, nelle nostre quotidiane lotte interiori.
Sto soffrendo come un cane, ma sto anche scoprendo di poter essere una donna diversa, più libera, più vera, più rispettosa di me stessa. Sto facendo anche io il mio “outing”, sono stata obbligata a farlo perché ho scelto di non soccombere agli eventi ma di viverli come possibilità di incontro e di crescita interiore. Sto lottando con la difficoltà di non poter più fare le cose di prima come prima. Eppure io non sono omosessuale, non ho scelto di subire le rivelazioni di mio marito, non ho scelto di porre fine al mio matrimonio e non ho scelto la sofferenza di veder mutare questo amore.

Ma ho scelto che la mia battaglia abbia un fine. Perché io cerco qualcuno come me nel mondo e non lo
trovo. Gli omosessuali, le lesbiche hanno un contenitore dove confrontarsi, sfogarsi, ricaricarsi. E io? Dov’è il mio contenitore? Io voglio che chi domani si troverà a dover ahimè percorrere la mia strada non si senta solo.

Voglio che si sappia che non tutti gli ex sono bellicosi e scelgono di fare la guerra: ci sono anche ex che scelgono di continuare ad amare in modo diverso. E qui si aprono situazioni e scenari impensabili, si vivono nuovi affetti, nuovi modi di “fare famiglia” pur nella separazione.
Con tutto questo e molto altro nel cuore vi ringrazio di questo nuovo spazio, fiduciosa di trovarci il mio angolino, di costruire ponti e di conoscere e condividere sentimenti e situazioni.

Grazie a chi ha scelto di impegnarsi per questo, per dare un nome alle cose, per creare un “luogo” dove chi vi approda si senta “a casa”, libero di mettersi comodo e di aprire il cuore…..

Grazie di cuore.

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Nel forum ho già scritto e in qualche modo mi sono già sentita a casa. In questa mia particolare situazione a volte sento molto più vicino il mondo omosessuale di quello degli etero perbenisti.
E non so se sono fuori dal mondo, io però non riesco a concepire come degli amici, delle madri, delle persone si permettano di “buttar via” da un momento all’altro un amico, un figlio, un conoscente solo perchè sanno della sua omosessualità. Io non credo che il mio ex sia impazzito, non credo sia diventato meno affidabile, meno uomo o meno padre solo perchè omosessuale.

Ma per arrivare a fare questo anche io ho dovuto smantellare tanti preconcetti e tante paure. perchè sono sempre stata accogliente e tollerante su tante cose, ma quando ti tocca così da vicino l’omosessualità del partner ti mette in profonda crisi come donna e come mamma.

Mi sono sempre chiesta cosa ha amato di me in questi anni, se il mio corpo, la mia femminilità non sono mai stati apprezzati, se sono stata solo un passaggio per scoprirsi nella sua vera natura.

Mi sono chiesta il senso di nostro figlio in tutto questo progetto d’amore sospeso a metà o forse all’inizio di una vera felicità.
Mi sono chiesta se forse il suo era uno sfogo passeggero in cerca di nuove emozioni.
Mi sono dovuta confrontare con le mie crisi d’ansia, con un profondo senso di abbandono.

Gli ho dovuto chiedere di lasciare casa nostra per rendermi più facile il compito di “lasciarlo andare”. ho capito che per quanto lo potessi amare, per quanto potessi farmi bella per lui io non ero più parte della sua felicità.

Ero così dentro il suo cuore che al momento della sua rivelazione gli ho reso le cose più semplici perchè sono stata io a chiedergli se era omosessuale e a dirgli con assoluta certezza che aveva un compagno e a riconoscere anche il suo compagno tra le persone a me note.

Gli ho suggerito io, dopo una settimana di albergo, di andare a stare col suo lui perchè vedevo normale che lui andasse al più presto a vivere con chi lo amava e quando ha fatto le valigie ho mandato un messaggio al suo compagno dicendogli che glielo affidavo e supplicandolo di volergli bene e di non fare cazzate.
Ho passato i primi tempi dicendo “mio figlio a casa loro mai…io a casa loro mai…”.
Ma più andavo avanti più mi mettevo in crisi più volevo conoscere e più capivo che omosessualità non è sempre perversione.
Ci sono arrivata guardando il cuore di Stefano, quel cuore che conoscevo e che avevo amato e da cui ero stata amata per anni. In quel cuore non ci poteva essere perversione, non dopo tutti i presupposti della nostra storia, lui non poteva prendermi in giro per un’avventura.
E più lo guardavo meno lo sentivo mio.

Ho imparato a vederlo nella sua nuova natura senza mai smettere di volergli bene. Ho incontrato il suo compagno e ci siamo aperti cuore a cuore, paura su paura. Sarebbe stato stupido dare a lui la responsabilità di avermelo rubato, anche se lo avessi massacrato come in quel momento più di qualcuno mi chiedeva, Stefano non sarebbe tornato da me.

E, dovendo scegliere, sono contenta che Stefano abbia incontrato Diego, così dolce, così sincero, così innamorato. Dopo questo incontro mi è venuto naturale chiedere di frequentare casa loro, prima io, poi con F. nostro figlio.

E ogni volta che vi entravo sentivo solo tanto amore.

Superata questa grossa fatica tutto il resto è venuto più facile. So che F. con loro sta bene, ci confrontiamo spesso tutti e 3 sulla sua educazione e sulle fatiche che ci troveremo ad affrontare. Chi mi sta intorno non capisce questa mia scelta. ma non mi importa. So che chi mi vuole bene, gli amici veri, ci sono e mi sono vicini anche se non condividono fino in fondo ma almeno mi rispettano.

Con Stefano e Diego sono molto trasparente e loro con me: ci diciamo ciò che ci fa stare bene e ciò che ci fa male. Ho conosciuto parte dei loro amici e mi sono sentita stranamente a casa, anche se io rimango profondamente etero un cuore che ama ama e basta sia che ami omo o che ami etero. Ci sono stati momenti difficili e momenti divertenti.

Fior di Ninfea

Dopo un anno stiamo trovando il nostro equilibrio e la nostra famiglia, anche se giuridicamente divisa, è comunque unita.
Proprio ora sto facendo la torta per la festa del papà. F è da Stefano e Diego e stasera con la complicità di D. organizzeremo una festa del papà a sorpresa… Questi sono momenti impagabili.
Perché la gente si ostina a non capire? perchè questa società è fondata sul farsi la guerra e sull’ingrassare le tasche degli avvocati? A volte penso che odiare è la strada più semplice, non ti obbliga alla fatica di passare tutto ciò che ho passato, non ti costringe a metterti in crisi, non ti fa sentire incompresa dagli altri anzi… Ma la fatica non fatta prima si paga sul lungo periodo….forse ho sudato, pianto, ma ora quel che ho raggiunto, che abbiamo raggiunto, guai a chi me lo tocca!

Morena

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