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Archivi per la categoria ‘Testimonianze’

postheadericon RGR incontra l’associazione LUI

l’RGR day di Pisa del 25 Febbraio scorso si è svolto ospitati nella sede di Arcigay Pisa con l’apporto e il contributo fondamentale dell’Associazione LUI Livorno Uomini Insieme www.associazionelui.it

LUI aderisce alla Rete degli uomini di Maschile Plurale (www.maschileplurale.it) e si occupa tra l’altro di inteventi formativi per stimolare una nuova modalità di vivere la dimensione maschile e contro la violenza di genere.

 

ASSOCIAZIONELUI

Dalla loro pagina web così si descrivono:

“.. LUI si pone l’arduo obiettivo di diventare un punto di riferimento per un confronto con tutti quegli uomini che vogliono avviare un percorso di introspezione sul significato di “essere maschi” nella società di oggi, iniziando così una riflessione critica sui modelli dominanti di mascolinità, accogliendo tutti quegli uomini che vorranno dire la loro sulla violenza, sui rapporti tra sessi, sulle nuove problematiche sociali degli uomini, su culture e linguaggi generati dal patriarcato, a partire dalla loro identità e dalle loro esperienze di vita.”

Li abbiamo incontrati per conoscerci, per imparare da loro e dal loro approccio dialogante, abbiamo teso una mano e abbiamo accolto la loro che era rivolta verso di noi, è stato un incontro ricco di emozioni, di scoperta e di nuova conoscenza, ricca di speranze e di aspettative, che ci liberasse di quei vincoli sessisti che ci hanno negli anni della nostra adolescenza imbrigliati e incasellati in una dimensione del maschile ( così come del femminile ) nella quale non ci riconoscevamo, che ci stava stretta e che ci ha condizionato verso una dimensione di vita non perfettamente nostra. Oggi siamo genitori e con i nostri figli stiamo riscoprendo quanto la libertà di essere sé stess* sia fondamentale per permettere a ciascuno di costruire una identità salda e rispondente alla nostra realtà. Abbiamo trovato in loro empatia e comprensione e con loro speriamo di mettere in piedi un percorso di reciproco arricchimento, che ci consenta di imparare gli uni e le une, dagli altri e dalle altre, per una civiltà nuova, rispettosa delle individualità e delle differenze di ogni genere. Grazie Associazione LUI.

Riportiamo dal loro sito l’articolo che descrive il nostro incontro

26 febbraio 2013  - Anche “loro” genitori di “serie A”

Nell’ipocrisia della società di oggigiorno capita spesso di ascoltare giudizi sferzanti riguardo a realtà che non si conoscono o di cui si conoscono solo gli stereotipi.

E’ proprio per questo che scrivo questo breve articolo, al fine di dare “cassa di risonanza” ad una realtà che abbiamo avuto il piacere di conoscere noi di LUI: sto parlando della realtà italiana della Rete Genitori Rainbow (www.genitorirainbow.it), ossia “genitori LGBT con figli da relazioni etero”.

Lascio alla vostra curiosità l’approfondimento sulla storia di questa importante associazione, andando a sbirciare sul loro sito web, per concentrarmi maggiormente sul “vissuto” dell’esperienza di domenica scorsa.

RGR ci ha gentilmente invitato, come associazione LUI, a partecipare ad un incontro a Pisa, al fine di presentare il nostro progetto, le finalità, le attività, più un “focus” sull’istituto della Mediazione familiare.

L’occasione è stata lieta per aprire un percorso di scambio tra le due esperienza associative, ma, soprattutto, per raccogliere testimonianze ed istanze fino a ieri a noi poco conosciute.

Abbiamo ascoltato storie di uomini di orientamento omosessuale, relativamente alla propria esperienza di vita: quello che mi ha più colpito è stata la profonda sensazione di “volontà genitoriale” che traspariva nelle parole dei presenti: la prima preoccupazione riguardava la prole e non loro stessi.

Ecco come è caduto il primo stereotipo, ovvero quello di ritenere il genitore LGBT, a prescindere, incapace di sostenere il proprio ruolo di “creatore di vita”.

Quando F. ha iniziato a parlare della relazione con la figlia, del proprio ruolo di padre, mettendo l’accento sul “benessere” della figlia, mi sono accorto della genuinità del suo vissuto, dell’attenzione con la quale ha cercato di proteggere l’incolumità della bambina, senza però mentirle.

L’equilibrio tra le esigenze di “protezione” e “verità” è stato il fattore predominante nei racconti dei genitori rainbow, cioè la volontà di non rinnegare sé stessi e la propria volontà affettiva, ed al contempo salvaguardare la serenità dell’età infantile dei figli.

E’ interessante riflettere su ciò che è chiaramente emerso dalle testimonianze, ossia come l’ansia da  “dichiarazione di orientamento sessuale” verso figli, in realtà, fosse sentita più dai genitori che dai figli.

Dalle storie ascoltate, spesso, i figli hanno accolto la comunicazione di “nuovo orientamento sessuale” del genitore rispondendo che “già avevano capito tutto” e che questo non avrebbe modificato l’affetto nei loro confronti.

Certo, si è parlato anche di dolore, di quel dolore – come ci raccontava V. – che si ha nel cercare continuamente di leggere attraverso gli occhi dei figli, sperando di non aver distrutto il proprio ruolo genitoriale, la propria credibilità, fino allora costruiti con fatica ed impegno.

Si è parlato anche di figli che non hanno accettato le determinazioni genitoriali.

Si è parlato della paura del bullismo e delle vessazioni contro i figli di genitori rainbow, sulla base dell’omofobia dilagante.

Si è parlato della preoccupazione nel gestire il rapporto post-coniugale, con dignità, cercando di non sfociare in guerre giudiziarie, con i figli posti come “merce” di contesa.

Prendere la decisione di fare i conti con sé stessi non è mai facile, ed in generale è segno di maturità e senso di responsabilità: quando G. ha raccontato dell’aiuto datogli dalla propria ex moglie nella “gestione” della comunicazione di “coming out” alla propria figlia, ho avuto la conferma di come nel mondo esiste anche il bene.

Una moglie che comprende il marito (anche in questa occasione) e per questo lo aiuta, nel supremo interesse della figlia in comune, è Amore (con la A maiuscola).

Poi si può avere tutte le opinioni del mondo, si può anche non condividere le scelte, ma l’amore deve essere valorizzato anche, e soprattutto, in questi contesti speciali, per questo vogliamo dargli spazio nel nostro sito.

L’emozione grande è stata anche quella di percepire la felicità di RGR nel dialogare con una associazione come LUI, tra le cui fila è presente una maggioranza maschile eterosessuale: una sorta di speranza per la società futura, il “dialogo”.

La potenza del “dialogo” ha travalicato gli stereotipi che i media ci presentano, concedendoci l’opportunità del reciproco ascolto, senza aver timore di non avere la possibilità di raccontarci per bene.

La sensazione, come diceva V., è che la difficoltà maggiore stia nel superamento degli ostacoli “presunti” e non di quelli “reali”.

Il solo fatto di stare insieme a parlare di queste tematiche, evitando pregiudizi e giudizi, è un risultato che ha una portata maggiore rispetto a quella di una piccola riunione domenicale, sperando sia foriera di “emulazione” nella società civile.

Talvolta, per metterci in ascolto, dobbiamo attuare una delle “7 regole dell’arte dell’ascoltare” teorizzate da Marianella Sclavi: “Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva”.

 (Gabriele Lessi per LUI)

 

 

postheadericon Cosa pensa Giacomo di sua mamma lesbica e di suo padre gay

Giacomo è in seconda superiore. Quello che segue è il tema svolto in classe a conclusione delle attività sulla Giornata della Memoria.

 

Diversità.

Chi può decidere cos’è normale? Siamo tutte persone di questo mondo e non penso che una persona possa decidere della vita di un’altra. Nessuno dovrebbe passare la propria esistenza in condizione di schiavitù, costretto a cambiare paese, a nascondersi per evitare violenze determinate dai propri modi di pensare, dalle proprie credenze, diverse da quelle di chi vuole un mondo uguale, monotono. Non sono poche le persone secondo le quali la diversità è un bene, ma sono altrettante quelle che credono il contrario. Tutti subiscono violenze e tutti ne sono artefici. 

Entrambi i miei genitori sono omosessuali, separati e in OTTIMI rapporti. Io subisco piccole violenze ogni giorno. Non da loro. Dal mondo circostante. Non è facile dover sempre raccontare agli amici vere e proprie “balle” (scusate il termine) per nascondere la verità. Bisogna nasconderla per paura di essere emarginato, di essere preso in giro. Sono pochi i miei amici che lo sanno.
Il mondo non è ancora pronto per conoscere sempre la verità. La gente vuole respirare solo aria pura, ma non si accorge che il 99% di essa è “infestata” dal diverso. Le persone che dicono di essere normali, in realtà sono immerse in un mondo completamente diverso. Basterebbe che aprissero gli occhi. Ogni volta che camminiamo per strada siamo continuamente a contatto con persone estranee alla nostra mentalità: spesso incontriamo persone che crediamo di odiare ma che non conosciamo neanche.

Il mondo provoca violenze ogni momento, a ogni respiro, ma non si accorge che, se le persone iniziassero ad essere più tolleranti, le guerre di cui tanto abbiamo paura non esisterebbero. non esiste “la via per la pace”, la pace è la via. Le persone sono semplicemente diverse le une dalle altre, non sono pericolose. Un esempio è quello di mia sorella che va a cavallo con la fidanzata di mia madre o io che spesso viaggio d’estate con mio padre e il suo partner simpaticissimo, sul suo vecchio furgoncino hippy. Insomma, a me non sembrano pericolosi ma, anzi, divertenti. Questo è dimostrato dal fatto che ridiamo per più dei due terzi del tempo che trascorriamo insieme. Il massimo della violenza che posso subire è quella di lavare i vetri al vecchio furgoncino di Aldo.

Non penso che il “diverso” sia uguale a “male”. Credo fermamente nel contrario. Nulla giustifica una violenza, una persecuzione, un assassinio. Nulla però giustifica le persone che con intenzioni vendicative perseguono i propri vecchi persecutori, perché la situazione si capovolgerebbe soltanto e non cambierebbe nulla. Oltre a imparare a tollerare bisogna imparare anche a perdonare. Finché questi due valori non saranno rispettati le guerre continueranno ad esserci all’infinito. Perché si sa, la cipolla che fa ridere non è stata ancora inventata!

 

grazie Giacomo da parte di tutti i genitori di Rete Genitori Rainbow!

 

My-RAINBOW-Family

 

 

postheadericon Rete Genitori Rainbow su Stampa e TV a Gennaio 2013

Riportiamo gli articoli di stampa su Repubblica del 12/2 con l’intervista a Morena Ficarra figlia di Valentina Violino, cofondatrice di Rete Genitori Rainbowe , a Livia figlia di Marina e alla famiglia di Elena e Giuliana cofondatrici di Famiglie Arcobaleno. (click per Zoom) 

Intervista del TG4 a Roberta Martini compagna di Valentina Violino e a sua figlia Martina di Laghi.

Roberta Martini e Martina di Laghi al TG4 from Rete Genitori Rainbow on Vimeo.

 

E qui il il video della lettera di Francesca Mendolia, figlia di Cecilia d’Avos, trasmesso a Verissimo C5 il 19 che riportiamo integralmente

La lettera di Francesca Mendolia letta a Verissimo 19/1/2013 from Rete Genitori Rainbow on Vimeo.

“Mi chiamo Francesca, ho 19 anni e vivo a Roma. Che mamma fosse lesbica l’ho saputo quando avevo 14 anni.

Sono stata io farle la domanda a bruciapelo, e non nascondo che la sua risposta mi abbia spiazzata. Non mi aspettavo che rispondesse così direttamente: “Si Francesca, sono lesbica”.

Quel giorno abbiamo discusso a lungo, lei mi ha confessato di non averne parlato prima perché non si sentiva pronta: aveva paura della mia reazione.

Ricordo che mi fece vedere al computer le foto del Gay Pride, dove ho riconosciuto alcune sue amiche.

Alla fine le ho detto una frase che lei rammenta spesso: “Mamma, sono orgogliosa di te perché vuoi essere te stessa anche se e’ difficile”.

Mia madre è motivo di orgoglio per me e per tante persone che hanno vissuto situazioni simili alla nostra. Una volta uscita allo scoperto infatti ha deciso di fondare con altri amici l’associazione “Rete Genitori Rainbow” per aiutaregenitori omosessuali o trans con figli da precedenti relazioni etero.

Se c’è una cosa che le rimprovero non è certo di essere lesbica ne’ di essersi separata, ma di aver aspettato tanto a dirmelo.

Ora, rivedendo le foto del Gay Pride, anch’io sono presente. In alcune con il mio ragazzo, in altre con la sua compagna. E ancora, io e mamma al Pride. E’ bello poter condividere la gioia di mia madre nel sentirsi veramente se stessa.”

 

 

postheadericon Intervista a Martina sul lavoro fotografico su sua mamma

La Stampa Torino -13 Dicembre 2012

postheadericon Saluto ad Alessandro da suo padre Giuseppe

Pubblichiamo il saluto ad Alessandro Ozimo da parte di suo padre, Giuseppe Ozimo, pronunciato al suo funerale:

 

 

Parlo al presente perché so che Alessandro è qui con noi, così come tutti quelli che lo hanno preceduto nel passaggio in un’altra dimensione.

È difficile per un genitore capire fino in fondo il proprio figlio, così come è difficile per un figlio riuscire con serenità a dialogare con i propri genitori.

Una cosa è però possibile per entrambi: accettarsi.

Accettare l’altro per quello che è, con i limiti ed i difetti propri di ogni essere umano, di ogni persona.

Accettare vuol dire che non si aggiungono altri verbi, ma si toglie tutto il corollario che di solito mettiamo: se tu fossi come vorrei, se fai quello che mi piacerebbe, etc. etc..

NO!

Ti ACCETTO! E basta.

Ti accetto e ti accolgo perché sei TU!

L’accettazione vera e totale non può esistere se c’è il giudizio. Si giudica l’altro per vedere se corrisponde alle nostre aspettative, alle caratteristiche che vorremmo, o per qualsiasi altro futile motivo.

Questi anni passati ad ascoltare le parole ed i silenzi di Alessandro mi hanno aiutato a capire come il giudizio e i preconcetti, anche di poche persone, possano cambiarti la vita e renderla difficile.

Il giudizio ed il potere di emettere sentenze non è una facoltà umana, è una prerogativa che non ci appartiene e che non possiamo praticare. E poi giudichiamo gli altri in virtù di quali leggi? Non c’è nessuna legge, lo facciamo solo in base alle nostre convinzioni e ai nostri preconcetti! Non ci si rende conto che il giudizio è un’arma pericolosa che ci fa perdere tutto il bello del contatto umano, del conoscersi e del camminare insieme.

Il potere di giudicare è una prerogativa solo di Dio. Il Dio che, con qualsiasi nome vogliamo chiamare (Dio, Allah, Yahvè, o semplicemente Energia), è lì pronto per tutti.

Dio che ci ha riempito di strumenti per operare e crescere ed il più bello di tutti è il libero arbitrio. Dio che mi permette di scegliere, Dio che mi permette di sbagliare per poter capire e crescere e che, nonostante abbia il potere, non mi giudica ma mi perdona.

È questa l’altra prerogativa, l’altro strumento che dobbiamo usare: il Perdono. Dobbiamo perdonare, e perdonare prima di tutto noi stessi, perché siamo semplicemente esseri umani in viaggio, in un meraviglioso -anche se difficile e doloroso- cammino verso l’Amore!

Tu Alessandro, come tutti i grandi, hai aperto una strada!

Adesso tocca agli altri, a noi, proseguire i lavori, asfaltarla e percorrerla.

Oggi prevale ancora il dolore! Il Dolore del distacco fisico.

Il mio Dolore di padre alimentato dal tormento di non essere stato capace di darTi ancora di più.

In queste 2 notti di tormento mi hai consolato Tu.

Ci siamo detti tante cose nostre. Mi hai detto e dimostrato che oggi hai, finalmente, quella serenità che avevi da bambino, che hanno tutti i bambini.

Oggi è giusto che prevalga il dolore ma, la consapevolezza di esserci e di essere sempre insieme, anche se in modo diverso, sostituirà il dolore con la serenità.

Alessandro ed io vorremmo che questa vicenda aiutasse ognuno di noi ad aprire un po’ di più il proprio cuore.

Vi chiedo di osservare un attimo di concentrazione e silenzio e permettere a ognuno di noi di ascoltare e ascoltarsi.

Chiedo a tutti voi che siete qui con me di chiudere per un attimo gli occhi e di salutare Alessandro.

In silenzio! Immaginate di fargli “ciao” con la mano. Lasciate le mani aperte e guardatelo mentre va verso il suo nuovo progetto.

postheadericon La Storia di Egon

Ci racconta la sua la storia Egon, uomo transessuale, già mamma di due splendidi bambini.

Egon è intervenuto alla tavola rotonda di Genova del 3 NOvembre 2012, qui in anticipo la sua testimonianza per iscritto:

 

Mi chiamo Egon e sono un uomo transessuale di 41 anni.

In questa occasione vorrei parlare della mia esperienza di genitore transessuale, perchè all’interno della realtà “t”, che è già una minoranza, quelli che hanno figli sono una minoranza, quindi siamo una minoranza dentro una minoranza.

Questo ti fa sentire alle volte un po’ più solo, un po’ più muto e più impaurito.

Per questo ho cercato, attraverso anche il mezzo del web, di contattare altre persone che stessero facendo la mia stessa esperienza, con alcune delle quali si è creato un flusso di scambio e di sostegno.

Il mio sogno era quello di creare una sorta di rete tra genitore transessuali, perchè credo che l’auto-mutuo-aiuto in questi casi possa essere molto importante.

Sono quindi molto felice di vedere che qualcosa in questo senso si stia muovendo, come nel caso di questa tavola rotonda di Genova sulla trans ed omo genitorialità, nata dalla collaborazione con l’associazione Genovagaya, organizzatrice di questo ciclo di incontri denominato “Transnovembre”, e la “Rete Genitori Raimbow”.

Personalmente ho iniziato la mia transizione in età più che adulta, già madre di una bambina e di un bambino che allora avevano due e cinque anni.

Sono stato seguito nel mio percorso dall’ospedale Careggi di Firenze e dal consultorio Trans Genere di Torre del Lago.

Qui in particolare ho trovato nella psicologa che mi era stata assegnata, una figura fondamentale per affrontare le difficoltà che mi portavo dietro.

L’enorme preoccupazione per mia figlia e mio figlio era una di queste.

Lei mi ha impedito di affrontare la questione, rimandandone sempre la discussione, per mesi.

Sosteneva che prima dovevo pensare a me stesso, risolvere i miei nodi, rafforzarmi.

Mi sembrava una cosa terribile, come sovvertire il naturale ordine delle cose, abituato a pensare che le madri si sacrificano sempre per la loro progenie, e che si annullano, se necessario, nella cura e nel bene di questa, e non che io fossi, prima che madre, una persona.

La mia stessa esperienza di figlio di una madre frustrata e insoddisfatta mi ha aiutato a capire quanto di buono ci fosse in quest’ultima asserzione, e benchè io tornassi spesso alla carica con la questione figl*, mi sono fidato.

Le rassicurazione della psicologa su come mio figlio e mia figlia avrebbero reagito ai miei cambiamenti fisici mi suonavano però di una superficialità ed avventatezza incredibili, e se non fosse stato per il rapporto di fiducia createsi tra me e la terapeuta, sarei scappato a gambe levate.

La mia idea era infatti che i mie* figl* avrebbe subito danni irreperabili, che sarebbe impazziti vedendo la loro madre trasformarsi fisicamente in un uomo sotto i loro occhi innocenti.

Ero spaventato per la grande sensibilità del figlio maggiore e inorridito per la sorte di quella piccolina, femmina, che avrebbe visto la madre mutarsi in maschio.

Questa è esattamente la mentalità comune, quello che ricevevo dall’esterno anche dagli altri adulti che amano i mi* figl* e che mi hanno riversato addosso la loro preoccupazione in termini assai duri ( mia madre che mi dice “Non ti perdonerò mai di avere messo al mondo due figli nella tua condizione” o mio padre che tuona “ Se tu fai questa cosa vuol dire che non vuoi veramente bene ai tuoi figli” e mia sorella che predice per loro una fine di tossicodipendenza per colpa mia).

Nonostante che la preoccupazione per i miei figli ed il rispetto per me stesso facessero a volte cortocircuito dentro di me esponendomi ad enormi inquietudini, tentavo di ascoltare il controcanto della psicologa, che mi diceva che i miei figl*, molto piccoli, non avevano ancora quella rigida strutturazione degli adulti, e che quindi avrebbero vissuto il mio cambiamento con serenità e non in modo traumatico.

C’erano poche indicazioni da rispettare: non creargli confusione, rispondere sinceramente alle loro domande aspettando che loro le facessero senza forzare i tempi e sopratutto fargli sentire che la loro madre era sempre lì, accanto a loro, per amarli e sostenerli.

L’unica cosa che infatti i bambini e le bambine temono è di perdere la loro madre, hanno paura che cambiando lei se ne vada.

Non importa che forma abbia la loro mamma, l’importante è che mantenga nei loro riguardi il suo ruolo di figura di riferimento affettiva.

Devo dire che la psicologa ha incassato molti punti a favore, rispetto a chi faceva previsioni infauste e si è dovuto ricredere, essendo andate le cose finora come lei aveva detto.

Io ho quindi aspettato che fossero loro a chiedermi qualcosa, l’ho aspettato con impazienza, e questo è avvenuto a terapia già iniziata, un giorno che, a tavola, il maggiore mi ha chiesto perchè tutt* mi chiamassero Egon, dopo che in realtà era passato più di un anno da quando io vivevo al maschile.

Allora gli ho spiegato che quello, pur non essendo il nome che in effetti mia madre e mio padre mi avessero dato, era il nome che avevo scelto per me e che desideravo che gli altri mi chiamassero così, tutti tranne lui e sua sorella, che potevano continuare a chiamarmi come volevano.

In quell’occasione si irritò un poco, dicendo che voleva che tutt* continuassero a chiamarmi con il mio nome anagrafico ( paura di perdere la madre), ed io continuai a tranquillizzarlo sul fatto che per lui niente sarebbe cambiato.

Avevo introdotto il tema della transessualità poco prima, “approfittando” delle amiche e degli amici trans che frequentavano la mia casa.

Si presentò l’occasione un giorno che, sempre il maggiore, chiese perchè una mia amica mtf avesse la voce maschile e quindi io, insieme a lei, gli spiegammo la sua esperienza di persona che vive in un corpo non congruo al sentire psichico e non sente come proprio il sesso biologico di nascita.

La sua reazione fu un “ Ma io sono contento di essere nato maschio, sono contento di essere come sono”, che indicò una buona comprensione per la situazione e sopratutto una reale capacità di discernere e di essere in contatto con se stesso ( tanto per sfatare il mito che i bambin* possono essere influenzati dagli omosessuali e transessuali, che si possono confondere e quindi è meglio non parlare di certe cose a certe età).

Una sera poi, con il loro padre presente, che in quell’occasione è stato fondamentale che non si opponesse, ho spiegato la mia condizione di disagio anche a loro, e da allora ho sempre risposto con schiettezza e semplicità, modulandomi chiaramente sulle loro capacità di ragionamento ( un accorgimento, per esempio, è stato quello di chiamare sempre la piccolina quando spiegavo le cose al grande, in modo che comunque anche lei potesse recepire qualcosa), ribadendo comunque sempre che rimanevo la loro mamma e che nei loro confronti nulla sarebbe cambiato.

Hanno sempre risposto con una sensibilità e una maturità commovente, mostrando un grande equilibrio, vedendo in me un genitore con cui anche poter condividere i loro pensieri più profondi, senza paura di essere giudicati o redarguiti.

L’ultimo dialogo scambiato tra di noi sull’argomento risale ad una settimana fa, mentre io mi stavo cambiando davanti a loro ( cosa che ho ricominciato a fare da qualche mese, perchè dall’inizio della transizione avevo per questo una specie di pudore).

Ero a petto nudo e mio figlio mi dice “ Certo mamma che io non ho mai visto un uomo con il petto grande come il tuo”,

ed io “ E’ perchè sono nato donna”

e lui “Lo so bene che sei nato donna, ma quando hai cominciato a sentirti uomo, ad un anno?”

ed io “Ad un anno no, sei troppo piccolino. Tu hai detto che sei contento di essere un maschio’”

lui “Sì, sono contento”

io “E sei soddisfatto?”

lui “Sì, sono soddisfatto”

io”Bene, io alla tua età non ero soddisfatto di essere una femmina”

lui “Capisco come ti sentivi”

ed il suo sguardo era così carico di comprensione che avrei voluto abbracciarlo per ore.

Quindi, riassumendo i punti cruciali della mia esperienza fino a questo punto, direi che potrei evidenziare:

-l’età della mia bambina e del mio bambino, piuttosto piccolin*, e quindi non rigidi

-l’appoggio psicologico di una persona esperta e di cui mi fidassi, che mi ha reso più sicuro nel modo di procedere e che costituisce un punto di riferimento per i miei dubbi ( e questa potrebbe essere anche la funzione di un gruppo di pari , di genitori transessuali, che si possono scambiare i vissuti e rafforzarsi a vicenda, dove chi ha già vissuto un’esperienza può supportare altr*)

-il rispondere sinceramente alle domande de* figl* senza prenderli in giro e creargli confusione, aspettare spontaneamente che loro chiedano, e sopratutto il farmi sentire vicina e continuare ad assolvere nei loro confronti lo stesso ruolo di genitore, nella maniera più amorevole possibile.

 

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