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La scoperta di sè
E un giorno ti accorgi che…
di Paola Biondi Psicologa Psicoterapeuta, Responsabile di Psicologiagay.com
Contesto
Sei una persona assolutamente normale. Hai un lavoro, ti sei sposat*, magari dopo anni di fidanzamento e con lui/lei ci stai bene. Hai avuto dei figli.
Tutto sembra andare per il verso giusto, proprio come previsto dalla tua famiglia e dalla società. E dalla tua idea di come doveva essere la tua vita. Dalla tua immagine di eterosessuale equilibrat*, responsabile, genitore perfetto.
Finalmente sei riuscit* a realizzare il sogno di sempre: una famiglia tua.
Ma tu sai che in fondo ti manca qualcosa. E ad un certo punto inizi anche a sentire dentro di te una spinta verso qualcosa che già sapevi, ma hai sempre rifiutato.
Sintomi
Un bel giorno, uno normale, come tutti gli altri, magari al lavoro o in fila alle poste ti ha colpito proprio quella persona lì. Non sai neanche per quale motivo, ma senti un brivido dentro. Il cuore inizia a battere più forte, il respiro accellera.
E poi la paura. La terribile sensazione che ti opprime il petto.
No, non può capitare proprio a te. Si, sai cos’è l’omosessualità, ma tu no, tu sei “normale”, come tutti, no?
Ti giri dall’altra parte e fai finta che non sia successo niente. Una, due, tre, tante…tante volte. E piano piano inizi a renderti conto che non era la prima volta che provavi questa emozione forte. Lo sapevi anche prima, ma pensavi fosse invidia, volevi assomigliare a lui/lei, ti piaceva per questo…oppure il tuo interesse era solo perché intelligente, colt*, una bella persona in fondo.
E inizia la giostra delle sensazioni: ansia, depressione, disperazione, angoscia, timore, negazione, preoccupazioni per il futuro, senso di colpa.
Hai provato qualcosa di simile? ![]()
Si, se sei qui è probabile.
Che fare?
Intanto respirare. Sembra assurdo, ma la prima cosa che ci viene meno quando stiamo male è il fiato. Respirare = vita, quindi continua a respirare. Altri ce l’hanno fatta prima di te, ce la farai anche tu.
Da dove iniziare?
Da te stesso/a.
Prova ad ascoltare le tue sensazioni, quello che provi dentro di te, prova a zittire i pensieri che ti abitano e che affollano la tua mente. Anche quelli che sono di altri e che tu hai fatto tuoi. O semplicemente che finora hai pensato fossero i tuoi perché più giusti, più normali, più adeguati.
Guardati dentro, con sincerità e cerca di capire cosa vuoi veramente. Sei felice nella vita che hai scelto di vivere finora? Sei soddisfatto/a di quello che hai?
Il tempo
C’è un tempo per gioire, un tempo per piangere. Un tempo per costruire, un tempo per distruggere. Un tempo per i dubbi, un tempo per le certezze.
Il tempo ti aiuterà ad accettare e integrare quello che sei sempre stat*, e a tempo debito questa scelta ti darà la serenità che ora ti manca.
So che forse vedi tutto buio e assolutamente impossibile che tu possa essere seren* scegliendo di vivere quello che finora hai rifiutato fortemente. Eppure è solo nell’autenticità che si può essere pienamente soddisfatti e felici.
Puoi fingere di essere un’altra persona: con i tuoi genitori, i tuoi figli, il/la tuo/a partner, i tuoi amici, i tuoi colleghi di lavoro, te stess*.
In quest’ultimo caso dura poco. Tu sai meglio di chiunque altro chi sei e non puoi ingannarti per sempre. E’ solo questione di tempo.
Ok, ora che hai capito chi sei e cosa vuoi, prima o poi dovrai dirlo al tuo mondo.
Ma questo è già un altro discorso
I passi legali della separazione
SENZA PAURA IN TRIBUNALE
di Saveria Ricci Avvocato
“Non voglio perdere i miei figli!”.
Era questa la risposta che ci davano molte persone che, timidamente, si concedevano frequentazioni sporadiche in ritrovi gay e lesbiche. Precedeva una lunga e accorata narrazione di quotidiane sofferenze intrappolate in matrimoni apparentemente perfetti. La risposta era per la nostra domanda “Ma perche’ non ti separi? Se stai cosi’ male….”.
La paura di perdere i figli non era ingiustificata: certe sentenze emesse in giudizi di separazione e divorzio erano piu’ pesanti di quelle dei processi penali e non erano previste condizionali, attenuanti o amnistie. Le pene erano scontate per intero, da genitori e figli.
Se una moglie o un marito denunciava l’omosessualita’ del proprio coniuge aveva buone probabilita’ di ottenere la separazione per colpa e l’affidamento esclusivo dei figli, facendone dichiarare la loro assoluta inidoneita’ a svolgere il loro ruolo di genitori.
Negli ultimi anni, se il Parlamento ci ha relegato come l’unico stato occidentale a tradizione democratica che non riconosca le unioni gay, un coraggioso vento di modernita’ e civilta’ ha fatto volare via dai tribunali pagine di ingiustizia e crudelta’.
Primo da ricordare, il Tribunale di Napoli che sin dal 2006 spiegava che “La contrarietà all’interesse del minore non può certo ritenersi insita nella identità omosessuale del genitore, così come non può esserlo nelle “opzioni politiche, culturali, religiose, che pure sono di per sé irrilevanti ai fini dell’affidamento”, poiché “l’omosessualità, infatti, e beninteso, è una condizione personale, e non certo una patologia, così come le condotte – relazioni omosessuali non presentano, di per sé, alcun fattore di rischio o di disvalore giuridico, rispetto a quelle eterosessuali” .
Nel giugno 2007, la Corte d’Appello di Brescia aggiunge a chiare lettere che una relazione extraconiugale di natura omosessuale “non può essere considerata intrinsecamente grave e tale da far ritenere presunta la lesione del diritto all’integrità personale dell’altro coniuge”
E ancora vanno ricordate le parole con cui il Tribunale di Bologna, nel 2008, ha disposto l’affidamento condiviso di una bambina ad entrambi i genitori, uno dei quali, il padre, dopo anni di matrimonio aveva compreso e coraggiosamente affrontato la propria reale identità sessuale
: “Il semplice fatto che uno dei genitori sia omosessuale non giustifica – e non consente di motivare – la scelta restrittiva dell’affidamento esclusivo”..
Altre e di ben altro tenore sono, tuttavia, le valutazioni che il giudice è chiamato a compiere onde, eventualmente, derogare alla regola generale sancita dall’art. 155 c.c. e disporre l’affidamento monogenitoriale della prole.”
Particolarmente apprezzabile e’ poi la sensibilita’ mostrata dalla pronuncia del Tribunale di Firenze nel 2009 che non ha esitato a recepire le risultanze di una accurata e coraggiosa CTU: la relazione tecnica, in piena liberta’ da pregiudizi e attingendo a prestigiose ricerche scientifiche, chiariva come l’omosessualita’ del genitore non danneggi lo sviluppo psico-fisico del minore, dando piena cittadinanza alla definizione dell’omosessualita’ come “variabile naturale del comportamento umano”, fatta propria dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ dal lontano 17 maggio 1990. Precisa anche che “ Non vi sono controindicazioni a rivelare l’omosessualità paterna alla prole, rivelazione che, da parte della coppia genitoriale, è ritenuta da entrambi necessaria. La letteratura in merito conferma la necessità di informare i figli prima possibile .”
La strada e’ ancora lunga e piena di difficolta’, una parte della paura sicuramente resta ed e’ ragionevole: la separazione non e’ mai una vicenda semplice.
Tuttavia, con questi giudici le aule di tribunali diventano luoghi di confronto per persone di pari dignita’: l’augurio per chi vi entra e’ “Coraggio e consapevolezza dei vostri diritti!”
Avv. Saveria Ricci
Rete Lenford avvocatura peri i diritti LGBT
Esperienze di separazioni
di Susanna Lollini avvocata
Come non si “guarisce” dall’omosessualità – checché ne dicano i sostenitori delle teorie riparative – così non si “diventa” omosessuali. Non si tratta certamente di stabilire se l’omosessualità sia una questione genetica o meno, cosa peraltro irrilevante sotto certi aspetti. Si tratta piuttosto di prendere atto che prima di arrivare a riconoscere, ammettere, accettare di essere omosessuali si deve fare un lungo cammino, nella speranza che quelle “emozioni”, quell’irresistibile attrazione possa essere archiviata come esperienza “giovanile”, sia solo un caso, un incidente di percorso, una fase dello sviluppo, qualunque cosa, ma non la propria realtà!
A volte si vogliono dei figli e se adesso è possibile averli – anche se difficile – magari ricorrendo a complesse procedure di procreazione assistita, un tempo non era neppure pensabile una via alternativa al matrimonio per averne. In ogni caso è esperienza assolutamente precoce che la nostra società non legittima alcun desiderio fuori da certi schemi “etero-coatti”.
Così può capitare di trovarsi a distanza di anni al punto di partenza, con il ripresentarsi (a volte puntuale) di certi “casi” o “incidenti” che ormai non possono più attribuirsi allo sviluppo adolescenziale/giovanile, sposati e magari con un paio di figli.
In questi casi la prima paura, invariabile e paralizzante, è che il proprio orientamento sessuale possa, se portato all’attenzione di un giudice, avere conseguenze immediate e dirette sul rapporto con i figli. La paura che il giudice che dovrà decidere della propria – eventuale – separazione possa ritenere il genitore omosessuale inidoneo a crescere ed educare i propri figli, magari ancora minorenni, e possa quindi decidere di sottrarglieli. E’ naturale allora farsi mille domande e avere mille dubbi, ma l’unica cosa saggia in questi casi è anche la più semplice: affrontare la situazione e rivolgersi ad un avvocato. Ormai ci sono associazioni e reti di riferimento nel mondo GLT assolutamente accessibili a chiunque, dunque la prima cosa da fare è cercare, informarsi, domandare a persone che possano dare informazioni qualificate e specifiche.
Infatti le risposte alla paure di qualunque genitore che intenda affrontare la propria separazione a “causa omosessuale” sono articolate e variabili, dipendono infatti da mille circostanze: se il proprio coniuge, lo sa o lo ha scoperto (e come); il tipo di reazione; la situazione economico/patrimoniale dei coniugi; se e quanto è ostile la famiglia di origine; infine anche come la pensa il Giudice.
Dunque non ci sono risposte che possano tranquillizzare a trecentossessanta gradi, ma a differenza di qualche anno fa cominciamo ad avere sentenze, emesse da giudici di merito (dunque non ancora di Cassazione), che affermano in modo esplicito l’assoluta irrilevanza dell’orientamento sessuale per valutare la capacità genitoriale. Questo significa che vi sono dei Giudici che, nei casi in cui la questione è stata posta alla loro attenzione in modo esplicito da uno dei coniugi, dovendo decidere dell’affidamento dei figli – nel frattempo stabilito dalla legge come “condiviso” a meno che non vi siano situazioni eccezionali – e dovendolo fare sulla base della accertata capacità di essere un “buon genitore”, hanno ritenuto che, su tale capacità, l’orientamento sessuale in sé e per sé non incidesse in alcuna misura.
Per quei Giudici, quindi, l’omosessualità del genitore rappresenta una variabile “indipendente” e dunque su quella base non si è ritenuta giustificata l’adozione di provvedimenti che escludessero l’affidamento di figli minori al genitore omosessuale (o presunto tale). Né è stata ritenuta giustificata la limitazione posta al genitore omosessuale di frequentare il/la propri* partner insieme ai figli. In alcuni casi si è specificato che il genitore omosessuale dovrà avere l’accortezza di non esporre i figli a situazioni inadatte alla loro età, né più né meno di quanto accade in qualunque separazione quando uno dei due genitori viene accusato dall’altro di avere uno “stile di vita” giudicato “non consono” a dei minori o quando la separazione ha avuto origine da una relazione extraconiugale di uno dei due poi divenuta stabile. D’altra parte in alcuni casi si è formalmente autorizzato il genitore omosessuale a rendere noto il proprio orientamento sessuale ai figli – non ancora informati in modo esplicito – adottando le cautele del caso in ragione dell’età dei figli e della conflittualità della separazione, se necessario ricorrendo all’aiuto di qualche psicologo. In buona sostanza i Giudici hanno magari raccomandato – come sovente accade in questa materia – ai genitori di non confondere i loro stati emotivi legati alle difficoltà della separazione con gli interessi dei minori, ma, per quel che è dato dedurre dalle sentenze pubblicate in materia fino ad ora, non pare che l’orientamento sessuale di un dei genitori abbia dato luogo a provvedimenti ad esso sfavorevoli, di nessun genere.
Questo non equivale (ancora) ad un orientamento pacifico o consolidato, come si dice in questi casi. Vi possono infatti essere sentenze sfavorevoli al genitore omosessuale che non sono state pubblicate, oppure in cui un provvedimento sfavorevole è stato evitato solo a prezzo di pesanti rinunce od omissioni da parte del genitore omosessuale. Non possiamo ovviamente saperlo con certezza. E’ comunque confortante sapere però che vi sono almeno dei precedenti positivi cui fare riferimento e da indicare come tali al Giudice della propria causa, se necessario. E’ più di quanto vi fosse solo una decina di anni fa!
Sul piano normativo e giurisprudenziale dunque il punto ad oggi è questo: l’attuale legge in vigore in tema di affidamento prevede che esso sia “condiviso” vale a dire riconosciuto ad entrambi i genitori. L’affidamento esclusivo ad uno solo di essi deve essere invece un’ipotesi eccezionale, che si verifica solo se sussistono gravi e comprovati motivi, vale a dire: l’inaffidabilità di uno dei genitori, che renderebbe controproducente per il minore un affidamento condiviso, laddove l’affidamento al solo genitore che lo richiede costituirebbe invece la scelta in grado di realizzare il migliore interesse del minore. Si tratta quindi di una doppia condizione che, in caso di controversia (scontata in sede di eventuale separazione giudiziale) dovrà essere valutata dal giudice facendo ricorso alla consulenza di un perito in materia. Si tratta della c.d. Consulenza Tecnica di Ufficio (CTU) che il Giudice affida di norma ad un* psicolog* o a un* neuropsichiatra infantile di sua fiducia che – affiancato eventualmente da un Consulente Tecnico di Parte (CTP) scelto da ciascuno dei genitori – dovrà valutare appunto la capacità genitoriale delle parti in causa anche sentendo – ove possibile e con le modalità adeguate alla loro età – i minori interessati.
La consulenza può essere più o meno lunga e complessa a seconda dei casi (se ci sono problemi o resistenze da parte di uno dei soggetti coinvolti o se la separazione è particolarmente conflittuale), ma finora non ha mai evidenziato che l’orientamento sessuale di un genitore in sé e per sé incida in qualche modo sulla sua capacità genitoriale, o in senso lato educativa. Men che meno che la comprometta o la escluda. In particolare non ha mai evidenziato che comprometta in qualche modo la relazione affettiva con il figlio.
Dunque non ci sono ragioni perché una madre lesbica o un padre gay debba temere di affrontare la valutazione del CTU. Potrà essere un genitore “imperfetto”, ma esattamente nella stessa misura in cui lo è (o può esserlo) qualunque genitore etero. In genere i problemi dei figli, se e quando ci sono, non derivano dall’orientamento sessuale di uno dei genitori in sé e per sé. Piuttosto possono derivare dalla conflittualità tra i genitori prima o durante la separazione, in relazione o meno che sia con quell’orientamento sessuale o con la causa della separazione; o dalle reazioni “omofobe” del coniuge o delle famiglie, che possono coinvolgere (magari proprio nel tentativo di provocare prese di posizioni e schieramenti pro o contro) i figli. Possono addirittura essere la conseguenza di un forte senso di colpa proprio del genitore omosessuale o della sua omofobia interiorizzata (e dunque inconsapevole). Insomma è più facile che i problemi dei figli derivino dalle difficoltà dei genitori ad affrontare serenamente la questione “omosessualità” (per paura o vergogna o sensi di colpa in generale) piuttosto che dall’orientamento sessuale del genitore in sé e per sé.
Se dunque la CTU confermerà che un genitore resta un buon genitore anche se omosessuale, come di norma accade, la conclusione non potrà che essere in favore di un affidamento condiviso ad entrambi i genitori. A questa conclusione di norma il Giudice si atterrà ritenendola la soluzione migliore per i minori, ignorando le eventuali richieste di uno dei coniugi di affidamento esclusivo basato proprio sull’orientamento omosessuale dell’altro.
E’ bene chiarire una questione su cui spesso si crea molta confusione: ciò di cui vi ho parlato fino ad ora riguarda l’affidamento dei figli. Vale a dire come e da chi – di comune accordo tra i genitori o da uno solo di essi – devono essere prese tutte le decisioni che riguardano la crescita e l’educazione dei figli Altra cosa è il loro “collocamento” – vale a dire dove in figli vivranno stabilmente – che, per motivi più che evidenti, dovrà essere presso uno dei due genitori, non potendo essere “contemporaneamente” presso entrambi.
Naturalmente i problemi possono riguardare sia l’affidamento che il collocamento e così è di norma quando la separazione è particolarmente conflittuale a causa della omosessualità di uno dei genitori. E’ ovvio però che la decisione del Giudice relativa all’affidamento si ripercuoterà su quella relativa al collocamento: se l’orientamento sessuale del genitore non incide sulla sua idoneità ad essere un buon genitore non c’è ragione di allontanare i figli da lui/lei, sia che si tratti di prendere le decisioni sia di vivere con loro. In questo caso le decisioni rientrano nella normalità di ogni separazione: affidamento condiviso, collocamento (di regola) presso la madre.
Ad oggi infatti il collocamento resta ancora in prevalenza presso la madre, avendo il padre, in genere seppure non sempre, maggiori difficoltà ad organizzarsi per tenere i figli presso di sé. Anche questo dipende ovviamente da altre condizioni (e una serie di situazioni discenderanno per conseguenza da questo): di chi è la casa coniugale, il lavoro dei due genitori, i loro redditi, la situazione patrimoniale, la resistenza del padre a corrispondere alla madre un assegno di mantenimento per i figli. Più facilmente che in passato i padri sono disponibili e capaci ad assumersi le responsabilità quotidiane per i figli e dunque può capitare che si arrivi ad un collocamento a giorni alterni presso l’uno o presso l’altro.
Le soluzioni astrattamente possibili sono più d’una e la cosa migliore è riuscire a decidere con serenità nell’interesse dei figli, valutando cosa è meglio per loro: spesso i figli si dimostrano assai più capaci degli adulti di adeguarsi dal punto di vista organizzativo, se questo non provoca nuova e maggiore conflittualità tra i genitori.
Anche in questo caso, comunque, la cosa da non dimenticare è che sull’interesse dei figli non incide l’orientamento sessuale dei genitori e che i sensi di colpa non sono mai buoni consiglieri.
Inutile dire che se i genitori riusciranno a trovare tra loro un accordo, questo consentirà di trovare la soluzione più vicina al loro interesse e a quello dei figli di quanto non potrà mai essere una decisione d’autorità da parte del Giudice. L’aiuto di un buon avvocato con cui possiate parlare in piena serenità – senza temere di nascondere a lui/lei qualcosa che invece è necessario che il vostro avvocato sappia, indipendentemente dall’uso che potrà esserne fatto nel corso della causa in Tribunale – è di grande aiuto. Ce ne sono molti assolutamente “friendly”, trovatene uno, trovatene soprattutto uno che non vi faccia sentire in colpa, ma che sappia sostenere le vostre ragioni, con equilibrio e pacatezza, ma con decisione.
Quanto detto finora vale a dare un’indicazione, sia pure a grandi linee, di quello che potrebbe accadere davanti ad un Giudice nel caso di una separazione giudiziale. Se infatti si trova un accordo per la separazione consensuale, le condizioni vengono stabilite direttamente dai due coniugi, e dai loro legali, ed il Tribunale si limita a ratificarle dopo aver verificato che non contrastino con l’interesse dei minori.
Non è escluso che la soluzione che non si è riusciti a trovare in un primo momento, possa essere raggiunta successivamente e che una separazione nata come giudiziale non possa trasformarsi, magari grazie anche all’aiuto del Giudice, in una consensuale, ma in linea di principio vale la pena perdere qualche mese in più per cercare una soluzione concordata piuttosto che iniziare una separazione giudiziale. D’altra parte sono anche convinta che in qualche caso sia meglio correre qualche rischio affrontando una separazione giudiziale (sempre convertibile in consensuale cammin facendo) piuttosto che subire condizioni eccessivamente penalizzanti o mortificanti magari proprio facendo leva sui sensi di colpa o sulla paura di affrontare un giudizio. Insomma: buon senso, equilibrio, ma non una resa incondizionata!
Questo dovrebbe servire a sgomberare il campo da molte preoccupazioni che spesso paralizzano un genitore omosessuale e lo inducono a rinviare una decisione altrimenti inevitabile. Spero soprattutto serva a tranquillizzare coloro che spesso non hanno neppure il coraggio di rivolgersi ad un legale per sapere cosa comporta nel bene e nel male chiedere una separazione. La prima cosa da fare invece in casi come questi sarebbe proprio l’informazione preventiva, perché questa permette a ciascuno di valutare con l’aiuto di un legale di fiducia la propria specifica e particolare situazione, prendendo le decisioni e facendo i passi che possano portare ad una separazione se non indolore – perché indolori purtroppo non lo sono mai – almeno non traumatica, sia per voi che per i figli.
Sotto questo profilo infatti la difficoltà più grande che le donne che fanno parte del gruppo Le Fenici – un gruppo nato tra madri lesbiche con figli da precedenti relazioni eterosessuali e le loro compagne – hanno verificato confrontandosi su questi argomenti è proprio quella di non farsi bloccare dalla paura dovuta principalmente ai sensi di colpa. Tutti quelli che si separano – le donne in particolare – li provano, sia chiaro, per il semplice fatto di sentire il peso della responsabilità di “far fallire” un matrimonio. Se è sempre vero che la responsabilità non è mai solo di una parte, ma in genere equamente condivisa dai due coniugi, in questo caso certamente incide la convinzione di essere “colpevoli” per il proprio essere omosessuali. Convinzione in qualche misura rafforzata dal rendersi conto di aver intenzionalmente (e a volte pervicacemente!) ignorato tutti gli avvertimenti che pure si erano avuti prima del matrimonio.
Questa convinzione è spesso fondata, ma certo non vi aiuterà ad affrontare nel modo migliore la situazione. Se è vero che spesso potevate capire che il matrimonio non era esattamente la vostra strada, non è affatto escluso che tutto l’ambiente circostante, famiglia, parenti, amici l’intera società vi abbiano fortemente condizionato in questa direzione. In ogni caso è bene ricordare che continuare ad ignorare qualcosa che si fa sentire forte dentro di voi non è utile a nessuno. Alla fine correte il rischio di fare inconsapevolmente qualcosa che costringa gli altri a scegliere per voi. Questa sarebbe la cosa più sbagliata. E’ sempre preferibile decidere che subire.
In definitiva, ricordatevi che è importante prepararvi psicologicamente ad affrontare una separazione esattamente come fareste per qualunque evento rilevante della vostra vita.
Avere paura è inevitabile, ma se induce ad essere prudenti senza essere paralizzante non è detto che sia una cosa negativa, e certo non potete pensare che non porti con sé del dolore, ma pensate che è una scelta che fate per la vostra vita, perché sia migliore, più serena, più libera, più rispettosa del vostro modo di essere e di sentire. Dunque fatela con consapevolezza, un po’ di coraggio, ma di sopratutto con decisione.
Avv. Susanna Lollini
Coming out ai figli, il parere dello psicologo
GENITORI OMOSESSUALI E SEGRETO
Alcuni buoni motivi per uscire allo scoperto e organizzare una rete di sostegno
In Italia si affronta poco il tema dell’omosessualità con lo scopo di conoscere e comprendere le esperienze di vita delle persone omosessuali e ancora meno quella dei genitori omosessuali e dei loro figli[1]: un alone di pregiudizio e di vergogna confina la questione omosessuale in uno spazio angusto e, ancora oggi, troppo silenzioso. Questo silenzio riguarda in particolare la realtà dei genitori omosessuali con un passato eterosessuale.
Secondo alcune ricerche italiane sembra che il 19% delle lesbiche e il 10% dei gay (Barbagli, Colombo, Omosessuali moderni, Il Mulino, 2001) e 4,5% delle lesbiche e 4,7% dei gay secondo Modi Di (2005) siano genitori in Italia quindi, il numero complessivo degli omosessuali che sta vivendo l’esperienza di essere genitore potrebbe essere un numero piuttosto rilevante. Purtroppo le ricerche sull’argomento in Italia sono scarse e, anche, i relativi campioni di riferimento. In realtà si conosce poco dell’esperienza di essere genitori e omosessuali e di essere figli con un genitore omosessuale.
Lavoro da circa dieci anni sul tema dell’omogenitorialità e, sulla base della mia esperienza di consulente e delle ricerche svolte in altri paesi, voglio fare alcune considerazioni sul tema del segreto e della genitorialità.
Uscire allo scoperto per i genitori omosessuali è un’operazione complessa per due ragioni principali: la prima legata alla difficoltà di visibilità come omosessuale e la seconda alla paura che la visibilità possa creare dei problemi legali nell’affidamento dei figli. La difficoltà di essere visibili come omosessuali e genitori genera conseguenze nel vivere con benessere l’esperienza genitoriale, nel rapporto con i figli e, anche, nei figli stessi.
Secondo molti studi psicologici e anche secondo la mia esperienza di lavoro, la segretezza dei genitori sulle questioni familiari o su questioni importanti che riguardano i genitori stessi possono avere effetti negativi sui figli.
I figli, in generale, rimproverano ai genitori la non sincerità. Questo avviene sia perché in genere la sincerità è qualcosa che i genitori chiedono ai figli, e di conseguenza i figli chiedono ai genitori, sia perché sulla base della sincerità, della coerenza e dell’integrità si crea un rapporto di fiducia. È solo attraverso la costruzione di un rapporto di fiducia che nei figli si genera un senso di fiducia nel genitore e in sé.
Tuttavia è molto importante scegliere il momento opportuno e saper cogliere i segnali di curiosità che i figli manifestano. In generale si dovrebbe mirare alla franchezza riguardo al tema dell’identità del genitore e si dovrebbero creare le condizioni appropriate per una comunicazione aperta.
I segreti in famiglia, o peggio, le bugie, possono avere a lungo termine effetti dannosi sullo sviluppo psicologico dei bambini. Il segreto o la bugia danno la comunicazione che c’è sotto qualcosa di terribile che non può essere neanche nominato. Nominare l’omosessualità, trovare le parole per aprire un dialogo con le figlie e i figli è un modo per non alimentare l’immagine negativa legata all’identità del genitore quando viene tenuta segreta. Il mantenimento del segreto nel tempo non permette di costruire una relazione di fiducia.
La ricerca della franchezza però richiede un lavoro preparatorio di entrambi i genitori (genitore omosessuale e quello eterosessuale, e anche del partner omosessuale) e del resto della famiglia, poiché è bene comunicare al figlio con tatto e coerenza perché è una notizia importante.
L’espressione della curiosità dei bambini riguardo la sessualità/affettività del genitore dovrebbe essere permessa e non soppressa. Eludere o evitare le domande o dare delle risposte false o ambigue alimenta intorno all’argomento un sentimento di vergogna che si trasmette dal genitore al figlio: “se non se ne può parlare, allora vuol dire che è qualcosa di sbagliato”.
Tuttavia, i genitori omosessuali hanno già dovuto affrontare un percorso spesso faticoso di consapevolezza e di coming out, si ritrovano a riaffrontarlo attraverso i figli, e questo rende la situazione più complessa. Di frequente si riaprono ferite non sempre perfettamente rimarginate. É difficile, a volte senza l’aiuto di nessuno, offrire ai figli spiegazioni semplici e sincere. Tanto meno è opportuno che la comunicazione sia fatta da qualcun altro, per esempio l’altro genitore che può utilizzare la notizia per sfogare la sua rabbia e danneggiare il rapporto tra il genitore omosessuale e il proprio figlio. Oppure che la comunicazione sia fatta in un momento di tensione.
Le spiegazioni semplici e sincere possono correggere percezioni o fantasie distorte del bambino o dell’adolescente, il quale sente comunque parlare nella società di omosessualità in modo denigratorio. Per arrivare a gestire bene la comunicazione con i figli su argomenti molto coinvolgenti è bene essere consapevoli delle proprie emozioni a riguardo. È importante trovare modi e spazi per elaborarle. Fondamentale cercare sostegno e creare una rete.
A volte la preoccupazione del bambino può essere espressa verbalmente o soprattutto attraverso il gioco che è sempre una metafora di quello che sente.
Incoraggiare nel figlio la sensazione che ogni persona è un essere a sé e che questa è la vita del genitore, e che quando lui o lei sarà grande sceglierà la propria.
Una prima fase di rifiuto può essere normale, ogni cambiamento, soprattutto se consistente, importante, attraversa una fase di difficoltà e di senso di perdita rispetto a come il genitore poteva essere immaginato prima.
Il bambino può protestare, arrabbiarsi e poi accettare. E’ importante che siano accettate le emozioni del bambino e contenute. Il genitore ha bisogno di sostegno, in modo da consentirgli di contenere e tollerare le emozioni del figlio. Se questo processo assume un corso favorevole può portare a una nuova e più autentica relazione che si sviluppa tra bambini e genitori omosessuali.
Sarebbe fondamentale offrire un servizio di counseling, sia ai genitori omosessuali, che ai loro partner, e anche all’altro genitore, se esiste, affinché gli eventuali conflitti o disagi siano elaborati e non riversati sui figli.
Inoltre, le relazioni con i compagni possono essere complicate dal fatto che i bambini, e ancor più gli adolescenti possono provare imbarazzo o vergogna nel parlare del genitore omosessuale. Successivamente, il senso di vergogna può influenzare la loro autostima e fiducia, rischiando l’isolamento sociale.
Nell’affrontare i compagni, i bambini hanno bisogno di essere aiutati a distinguere tra privacy e segretezza. Qui si inserisce l’importanza del counseling nell’aiutare il bambino e il genitore a scegliere gli interlocutori giusti per le comunicazioni importanti e nell’aiutare a contenere la frustrazione che a volte le comunicazioni con gli altri (insegnanti, genitori, compagni) possono produrre.
Per esempio, sarebbe molto importante e opportuno un servizio di counseling con la funzione di preparare e formare le persone che si occupano del bambino (insegnanti, personale scolastico, medici di base, ecc) e che, inoltre, in caso di conflitto faciliti la mediazione.
Non si sa quasi nulla su come crescano i figli di gay e lesbiche, di come questi genitori gestiscano il rapporto con i figli, che tipo di comunicazione facciano sulla propria omosessualità, se raccontino ai propri figli di se stessi oppure vivono nel silenzio, che tipo di rapporti si creino con gli insegnanti dei figli, cosa venga comunicato agli insegnati e agli operatori con cui i genitori nel corso della crescita dei propri figli hanno a che fare. Non si sa quanto questo silenzio pesi ai genitori omosessuali che spesso vivono in solitudine la propria esperienza senza avere l’opportunità di scambio e confronto con altri genitori o con operatori preparati ad aiutare e facilitare il rapporto con i figli.
Il silenzio su questo argomento continua ad alimentare una spirale di solitudine e gli operatori (insegnanti, medici, assistenti sociali, consulenti vari) non sono preparati ad affrontare questi temi per facilitare e sostenere il processo di crescita dei figli e dei loro genitori.
È necessario interrompere questo silenzio e cominciare a organizzarsi per costruire una rete di mutuo sostegno. È necessario che si promuova una pratica di narrazione attraverso la quale conoscere l’esperienza omogenitoriale, lo sviluppo dei figli, i modelli educativi, per creare una base attraverso la quale sviluppare dei modelli positivi di riferimento.
Inoltre è necessario un servizio di counseling appropriato e specifico, e quindi una formazione adeguata, a sostegno della genitorialità lesbica e gay.
Voglio concludere dicendo che è estremamente importante coinvolgere i bambini nei processi di cambiamento dei genitori e spero che si possa dare vita, finalmente, a un racconto aperto e sincero su questa realtà, ancora oggi in Italia così sommersa, ma sicuramente molto ricca e vitale.
Daniela Ciriello
Psicologa Psicoterapeuta Arterapeuta
www.facebook.com/daniela.ciriello
[1] Per una questione di scorrevolezza e per alleggerire la lettura userò spesso in questo articolo la parola ‘figli’, ‘genitori’, ‘omosessuali’ ad intendere rispettivamente figlie e figli, madri e padri, lesbiche e gay. Mi scuso fin d’ora con le lettrici ma spero potranno comprendere.







